Chi ha mai provato a chiedere aiuto prima del machete

di Arrigo Abalti · Luglio 25, 2026

La riforma sulla punibilità dei minori parla a tutti, non ai genitori che vivono il problema

 

La domanda che nessuno, in questi giorni di video su Instagram e Consigli dei ministri lampo, ha fatto a Giorgia Meloni, a Matteo Salvini, a Carlo Nordio è questa: avete mai provato, da genitori, a telefonare ai servizi sociali del vostro comune perché vostro figlio di quattordici anni sta scivolando dentro una gang? Avete mai fatto l’esperienza — ordinaria, quotidiana, italianissima — dell’attesa, della lista, dell’assistente sociale che ti dice “la prendo in carico” e poi sparisce per tre mesi in un turbine di part-time e organici ridotti all’osso? No. Loro il video l’hanno girato. Come se il problema, per chi governa, cominciasse e finisse lì.

La riforma sull’imputabilità è, tecnicamente, un capolavoro di eleganza giuridica: si inverte la presunzione, dice Nordio, non si tocca l’età. Come dire che non hanno spostato il muro, hanno solo tolto la porta. Il risultato pratico, per il quindicenne che finisce in tribunale, cambia poco: prima doveva essere lo Stato a dimostrare che capiva quello che faceva, ora tocca a lui dimostrare il contrario, con l’avvocato d’ufficio che gli hanno assegnato la sera prima dell’udienza. Meloni lo chiama responsabilità. È, più semplicemente, la constatazione che processare un ragazzino costa meno — in voti, in tempo, in impegno — che costruire attorno a lui qualcosa che lo intercetti prima.

Perché è lì il punto che il dibattito, tutto, da destra e da sinistra, si ostina a non voler vedere: il ragazzo che oggi finisce accoltellatore non ci arriva la settimana prima del reato. Ci arriva dopo anni di segnali — scuola saltata, famiglia in affanno, giro sbagliato di amicizie, magari un fratello maggiore già dentro — che qualcuno, in teoria, dovrebbe raccogliere. I servizi sociali, appunto. E qui bisogna essere onesti fino in fondo, anche a costo di far arrabbiare chi vorrebbe una storia semplice con i cattivi da una parte e i buoni, sottofinanziati, dall’altra: il problema non è solo che i servizi sociali sono pochi. È che, spesso, quando ci sono, non funzionano.

Chi ha provato per davvero a bussare a quella porta — e in Italia sono sempre di più i genitori che lo fanno, non dopo un reato ma quando il figlio comincia a scivolare, si fa aggressivo, frequenta chi non dovrebbe — racconta quasi sempre la stessa storia: si rimbalza da un neuropsichiatra infantile a un assistente sociale a un terapeuta privato, e ci si ritrova, alla fine, sempre al punto di partenza. Non è (solo) la fila, il problema. È che nessuno dei nodi della rete parla con l’altro, ognuno fa la sua valutazione, apre il suo fascicolo, e il ragazzo, nel frattempo, continua a vedere gli amici sbagliati la sera. E l’escalation continua.

C’è un caso, a Milano, che vale la pena di citare. I genitori di un ragazzo — chiamiamolo, come ha fatto lo studio legale che li ha assistiti, Riccardo — dopo mesi di solleciti erano riusciti a farlo collocare in una comunità, a Bedonia. Il giudice l’aveva definita terapeutica. Era, nei fatti, soltanto rieducativa: condizioni igieniche precarie, personale non formato, carenze perfino nella somministrazione dei farmaci. Riccardo è stato derubato dagli altri ospiti della struttura, bullizzato in un video finito sui social, e alla fine dimesso con un trattamento sanitario obbligatorio. I genitori, che avevano chiesto aiuto per anni, si sono ritrovati a fare un esposto contro chi avrebbe dovuto aiutarli. Non è mancanza di intervento, questa: è un intervento che, quando arriva, spesso peggiora la situazione invece di risolverla.

Persino chi lavora dentro il sistema lo ammette, a denti stretti: se un minore rifiuta l’aiuto e si allontana dalla struttura a cui è stato affidato, la burocrazia sa fare una cosa sola — riaffidarlo, daccapo, la volta dopo. Un carosello, non una presa in carico. E il ragazzo, guardando il carosello girare a vuoto due, tre, quattro volte, impara una lezione perfetta: che tanto non succede niente.

Ecco perché la retorica di chi difende i servizi sociali come fossero un tempio profanato solo dai tagli — vero, i tagli ci sono stati, e pesano — rischia di essere un alibi tanto comodo quanto quello securitario del governo. Non basta “più fondi”: servono competenze specializzate su un fenomeno specifico. Le baby gang non sono la stessa cosa del disagio familiare generico: hanno logiche di branco, di affiliazione, quasi criminali, che un colloquio standard da consultorio non intercetta. Serve continuità — non un fascicolo che passa di operatore in operatore ogni volta che qualcuno cambia turno o si licenzia per stanchezza, o va in pensione. Serve, soprattutto, che chi telefona per chiedere aiuto prima che sia troppo tardi non si senta rispondere con un modulo da compilare e un appuntamento fra tre mesi.

Su questo, il ddl approvato giovedì non dice una parola. Non un euro in più per un centro diurno, non un protocollo che obblighi scuola, servizi sociali e tribunale dei minori a parlarsi davvero, non una formazione specifica per chi deve intercettare il fenomeno-gang prima che diventi fenomeno di cronaca. Punisce, e basta — con la stessa logica del genitore che non ha mai messo un limite prima e poi, alla prima marachella grossa, tira fuori la cinghia per farsi vedere severo. È teatro della fermezza, non prevenzione. E il teatro, si sa, costa pochissimo: basta un video e un Consiglio dei ministri di quaranta minuti.

Le opposizioni, dal canto loro, si indignano con lo stesso automatismo di sempre — “destra nemica dei giovani” — e difendono i servizi sociali così come sono, quasi fosse un tabù ammettere che quella rete, oltre a essere povera, è anche spesso lenta, impersonale, incapace di intercettare per tempo chi si sta davvero perdendo. È il dogmatismo woke applicato al sociale che, quando non funziona, è perchè non ci sono abbastanza risorse, mai perchè qualcuno sbaglia. Preferiscono l’indignazione all’autocritica, perché l’autocritica non fa notizia quanto l’aggettivo “autoritaria”.

Restano loro, i genitori veri, quelli senza telecamera, che hanno provato — davvero, non per slogan — a chiedere aiuto prima che il figlio finisse in una gang, e si sono sentiti passare da uno sportello all’altro, senza che nessuno, alla fine, si prendesse davvero in carico il problema. A loro, la riforma sull’imputabilità non cambia assolutamente nulla. Il danno, per come la si voglia guardare, era già stato fatto molto prima. Solo che allora, di telecamere, non ce n’era nessuna — e neppure, a quanto pare, di qualcuno che rispondesse davvero al telefono.

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