di Arrigo Abalti · Marzo 29, 2025
Le bandiere verdi erano poche, la stragrande maggioranza sono quelle giallorosse con il leone di San Marco. C’è più Serenissima che Alberto da Giussano qui, ma che la Lega stia cambiando pelle si vede già all’arrivo in sala.
Il pubblico ha il blu d’ordinanza ministeriale alla Zaia, con camicia bianca e cravatta stretta, le donne hanno la mise classica dei partiti del centrodestra, un po’ Santanchè e un po’ Bernini, il verde è sparito. Nessun fazzoletto al taschino, solo un sobrio distintivo da giacca con Alberto da Giussano per i veterani, ma l’identità, il mantra della giornata leghista di Padova, non si riconosce al colpo d’occhio della sala. Una sala con mega palco e mega screen, stile american way of life, e il blu che copre il verde.
È in questa scenografia post-moderna che si consuma il rito del congresso padovano, dove la liturgia dei discorsi contrasta un po’ con la metamorfosi estetica di un partito che cerca di reinventarsi senza perdere la sua anima originaria. Un equilibrio difficile, che si riflette negli interventi dei protagonisti di questa giornata.
Il primo a prendere la parola è Alberto Stefani, segretario regionale, vice di Salvini e volto della nuova generazione leghista. Giovane ma già navigato, Stefani calibra ogni parola con la precisione di chi sa di essere sotto esame. “Siamo qui per riaffermare un’identità che evolve senza tradire”, esordisce con morbida cadenza veneta che sembra ormai un marchio di fabbrica della classe dirigente locale.
Il suo intervento oscilla tra fedeltà alla tradizione e apertura al rinnovamento. “La Lega è sempre stata un movimento pragmatico, capace di interpretare i bisogni reali dei territori”, afferma mentre scorre lo sguardo sulla platea e dal pubblico parte un “Stefani Presidente!”. E l’ingenuo ultras del segretario viene quasi ignorato perchè, non si sa mai, l’ordine sul dopo Zaia è consegnato al silenzio, anche se nei corridoi si sussurra proprio il suo nome come candidato Governatore del Veneto, mentre l’apparatcik zaiano sembrerebbe preferire la vice del Doge, Elisa De Berti. La stessa che la settimana scorsa appena è uscita dal binario anonimo in cui è stata per dieci anni ai Trasporti, ha realizzato il capolavoro di creare frizioni con Forza Italia e imbarazzi al partito.
Non proprio un buon esordio.
Al contrario lo stile felpato di Stefani, uomo di buone letture – nel suo profilo Facebook qualche settimana fa citava Carlos Moreno, l’’urbanista visionario franco-colombiano della Sorbona che ha inventato il concetto della città da 15 minuti – è figlio di una generazione post ideologica che non ha pregiudizi, ma ha un approccio orizzontale alla politica, che surfa senza complessi tra sussidiarietà e identità, tra valori cristiani e comunità, in un melting pot di riferimenti culturali e di prospettiva futura che offre nuove ricette al percorso del partito più vecchio rappresentato in Parlamento.
Stefani, con l’abilità del politico cresciuto più nella parrocchia di Borgoricco che a Pontida, delinea una visione che ricucisce lo strappo tra anima di lotta e anima di governo. “L’autonomia non è un capriccio veneto, ma un progetto di efficienza per tutto il Paese”, scandisce dal podio con l’ambizione di elevare una battaglia territoriale a progetto nazionale. La dimostrazione del suo teorema, la farà di lì a pochi minuti Andrea Giovanardi, professore di diritto tributario a Giurisprudenza a Trento, vicentino e uno dei tecnici che hanno scritto la ricetta veneta per l’autonomia, che snocciola numeri e spiegazioni che rendono facile, perfino ovvia la strada dell’autonomia, che sarebbe, secondo lui, una salvezza per il Paese, non solo per il Veneto o le regioni del nord.
La mozione congressuale a disposizione all’ingresso, e che Stefani incarna con la sua figura di ponte generazionale, insiste sul “ritorno alle origini” ma con un linguaggio nuovo. Parla di “comunità territoriali”, di “sussidiarietà”, di “federalismo come antidoto alla burocrazia centrale”. Un lessico che aggiorna il vecchio separatismo senza ripudiarlo, un’operazione di maquillage concettuale che la platea sembra apprezzare senza entusiasmarsi troppo.
L’entrata in scena di Luca Zaia è accompagnato da un’ovazione studiata. Il “Doge”, perfettamente a suo agio in questa cornice blu notte, porta sul palco la concretezza del buon amministratore e l’ambizione di chi guarda oltre i confini regionali. “Il Veneto è laboratorio di buon governo, ma anche di idee per tutto il Paese”, afferma con quella cadenza veneta che è diventata essa stessa un marchio politico e con lo stile comunicativo che conosciamo. “Non voglio parlare del mio libro” ma poi ne parla. “Non voglio parlare del terzo mandato, ma dire che il blocco dei mandati serve ad evitare che si formino centri di potere significa dare degli idioti agli elettori”, quindi alla fine ne parla eccome.
La mozione che accompagna il congresso invoca “pragmatismo”, “efficienza”, “capacità di governo”. Sono le parole d’ordine di una Lega che vuole presentarsi come forza di governo e non più di protesta, una transizione che Zaia ha già compiuto da tempo, così come l’esercito di sindaci e amministratori che affolla il Padiglione 11 della Fiera di Padova, ma che per il partito resta un passaggio delicato.
Poi arriva lui, Matteo Salvini. Il “Capitano” – così lo chiamano ancora, nonostante le burrasche degli ultimi anni – deve confrontarsi con questa platea metamorfizzata, dove i simboli tradizionali sono stati sostituiti da una nuova estetica politica. Il suo intervento oscilla tra l’invettiva contro i “nemici” (l’Europa, la Von Der Leyen, l’immigrazione, la sinistra) e momenti quasi introspettivi. “Abbiamo governato e governiamo per cambiare le cose, non per occupare poltrone”, tuona mentre i presenti applaudono, anche se qualcuno – soprattutto tra i veterani con il distintivo di Alberto da Giussano – lo fa con minore convinzione. Non le manda a dire ai transfughi, ai tanti amministratori leghisti che stanno bussando alle porte di Fratelli d’Italia, ma allo stesso tempo richiama i suoi dirigenti ad una maggiore inclusività, alla necessità di aprirsi, ad essere attrattivi per la parte migliore della società ed abbandonare la versione un po’ settaria del passato.
La mozione congressuale, che Salvini evoca senza mai citarla direttamente, sembra un compromesso tra diverse anime: mantiene i toni sovranisti sui temi dell’immigrazione e della difesa dei confini (i cavalli di battaglia del segretario), ma introduce accenti più istituzionali sull’autonomia differenziata e sulla gestione pragmatica del potere. È un documento che tiene insieme le diverse sensibilità presenti nel partito, tra Zaia, Vannacci e Salvini ci sono evidenti diversità, per questo Stefani più che fare sintesi, il classico schema del funzionario di partito, va oltre e rilancia, passando sopra alla tattica dei big, ma puntando dritto alla strategia di medio lungo termine. Tanto a lui il tempo non manca, è nato nel ‘92, tre anni dopo la caduta del Muro di Berlino.
Colpisce, leggendo tra le righe della mozione, l’assenza di riferimenti espliciti al Nord come soggetto politico autonomo. L’identità settentrionale viene declinata in termini di “efficienza”, “merito”, “buona amministrazione” – valori che potrebbero appartenere a qualsiasi forza conservatrice europea, ma che nel Veneto postdemocristiano suonano familiari. È qui che si coglie la vera metamorfosi in atto: da partito territoriale a forza nazionale con radici locali, un passaggio che la base storica accetta con un misto di pragmatismo e nostalgia.
Ma è nelle citazioni che si coglie la vera metamorfosi culturale in atto. Zaia, il governatore-simbolo di un modello di governo, sceglie di evocare don Luigi Sturzo e il suo popolarismo: “Come diceva Sturzo, la politica deve partire dai bisogni concreti delle comunità”, afferma con la sicurezza di chi sa di sorprendere. È una mossa studiata, che rivela un tentativo di allargamento del perimetro culturale leghista verso una tradizione democristiana rivisitata in chiave territoriale. Il “Doge” sta cercando di costruire un’egemonia culturale che vada oltre i confini tradizionali del leghismo, attingendo a un patrimonio cattolico-democratico che può garantire maggiore rispettabilità istituzionale. Il leone di San Marco che si abbevera alla fonte del popolarismo sturziano: una contaminazione impensabile negli anni della Lega secessionista. Ma quella Lega è in soffitta, non c’è più.
Salvini, invece, sceglie un’altra fonte d’ispirazione. Cita ripetutamente Oriana Fallaci e “La rabbia e l’orgoglio“, quasi a voler rivendicare un’identità occidentale minacciata. “Come diceva Oriana, non possiamo permettere che la nostra identità venga cancellata in nome di un malinteso multiculturalismo, e parlando di Europa, la Fallaci aveva generato un neologismo, l’Eurabia”, tuona il segretario mentre la platea annuisce. La Fallaci, intellettuale scomoda e controversa, diventa così parte del nuovo Pantheon leghista, sostituendo le figure storiche del movimento – da Miglio a Bossi – che sembrano ormai confinati in un passato che nessuno osa rinnegare, ma che pochi rivendicano apertamente.
È questa sostituzione di riferimenti culturali che racconta, più di ogni analisi politica, la trasformazione in atto. Da un lato Zaia che attinge al popolarismo cattolico per legittimare un modello di governo territoriale, dall’altro Salvini che si appropria della Fallaci per giustificare posizioni sovraniste e identitarie. In mezzo, una base militante che assiste a questa contaminazione culturale applaudendo ai propri leader.
Alla fine, tra selfie e strette di mano, è evidente che questo congresso padovano sia stato la prova generale dell’orchestra del Salvinismo. Il prossimo week end andranno tutti a Firenze con Veneto blindato e Nord che converge sulla mozione di Stefani, la piattaforma culturale è definita, la linea pure, le sfide in arrivo anche. A partire dalle Regionali con l’opa già lanciata per mantenere la presidenza.
La Lega che ne esce sembra un partito in cerca di una nuova pelle, che ha sostituito il verde con il blu, i toni accesi con il linguaggio istituzionale, e persino i propri riferimenti culturali storici con nuove figure-simbolo.
Per quanto riguarda la mozione, è a disposizione dei delegati, la puoi firmare al desk d’ingresso, ma non è oggetto di discussione o di approfondimento dei relatori che salgono sul paco. A parte Stefani, che ne è l’autore, nessuno dei big la commenta. Sembra che non l’abbiano neanche letta. Ed è un peccato perchè in fondo la politica dovrebbe essere questo no? Un confronto tra visioni e punti di vista.
Ma la narrazione è il Verbo. Anche qui, e la sensazione di un’occasione mancata rimane, nonostante le buone intenzioni di Stefani, perchè i big parlano di se stessi, blandiscono la platea, non scendono nella verticalità di un progetto politico. Slogan, battute, propaganda e trucchi motivazionali a cercare l’applauso.
Mentre i militanti lasciano la sala dalle luci blu e dagli schermi giganti, la domanda resta sospesa nell’aria: dal verde della Padania al blu dei conservatori è solo armocromia? Per noi è un cambio di pelle che può essere spiegato solo con un cambio di generazione. Altrimenti è ancora Gattopardo.



