Cattolici, servono leader autentici, non predicatori. La lezione veneta di Rumor

di Arrigo Abalti · Marzo 26, 2025

C’è una lezione che viene da lontano, ma che oggi più che mai parla al presente. È la lezione che ci consegna la tradizione veneta – e vicentina in particolare – del cattolicesimo politico: una scuola di pensiero e di azione che ha prodotto figure come Mariano Rumor, capaci di coniugare fede e responsabilità pubblica con un rigore democratico e popolare esemplare.

Il cattolicesimo politico italiano, specialmente nelle sue declinazioni democratiche, popolari e sociali, ha sempre rifiutato la personalizzazione del potere. È una cultura che non ha mai idolatrato il capo, ma ha cercato leader capaci di incarnare un progetto, di guidare una comunità, di essere punto di riferimento per un popolo, non per un club di tifosi.

Nella Democrazia Cristiana, che fu l’ultima grande scuola politica del nostro Paese, la leadership era diffusa. C’erano, certo, figure di grande statura, ma il cuore pulsante del partito era una rete di amministratori, sindaci, consiglieri, uomini e donne radicati nel territorio. Come accadeva nel Veneto, dove la cultura del fare si sposava con la concretezza della fede vissuta e la sobrietà della politica.

Oggi quella lezione ha ancora più valore. Perché l’Italia – e l’area cattolica – ha bisogno di leader, non di predicatori. Non servono maestri di morale estemporanei, né professionisti della retorica. Servono invece personalità credibili, autorevoli, popolari. Espressione di una cultura politica che si afferma attraverso una rigorosa prassi democratica, fondata sul merito, sul radicamento, sulla partecipazione reale.

Ecco, tutto ciò di cui l’area cattolica italiana oggi non ha bisogno è una ripetizione stanca di schemi elitari o autoreferenziali. In un’epoca segnata da profonde trasformazioni, è necessario – anzi, è urgente – che i cattolici italiani, pur nel rispetto del pluralismo politico che li contraddistingue, trovino punti di riferimento forti, tanto sul versante del centrosinistra quanto su quello del centrodestra o del centro più tradizionale. Punti di riferimento politici e culturali che siano però anche popolari, cioè riconosciuti e legittimati da una comunità, da un’esperienza condivisa, da una storia di impegno. Non calati dal capo di turno salvo poi accorgersi che non hanno riconoscimento sul territorio.

E l’esempio, questa volta sì, ce lo offre il passato. Perché se è vero che non si può vivere di nostalgia, è altrettanto vero che i criteri democratici e popolari per selezionare una classe dirigente non cambiano con le mode del momento. Non si improvvisano e non si delegano ai meccanismi del potere, ma si costruiscono nel tempo, nella fatica del confronto, nella concretezza del servizio. È questa la radice profonda del cattolicesimo politico italiano. Ed è una radice che, ieri come oggi, conserva una straordinaria attualità.

In Veneto lo sappiamo bene: qui la politica ha sempre significato responsabilità, non spettacolo. Servizio, non palcoscenico. Comunità, non tifoseria. È da questa tradizione – esigente, ma viva – che può ancora rinascere una presenza cattolica capace di incidere davvero nel presente.

Più che centri o centrini servono leader, riconosciuti per quello che pensano, quello che dicono e quello che fanno. Non disoccupati in astinenza da ruolo di potere. Li abbiamo già visti e non è finita bene.

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