di Arrigo Abalti · Marzo 21, 2025
Finco, Lord Protettore di Bassano e il vero problema della giustizia veneta, tra propaganda e prosa.
In questo teatrino politico-giudiziario del tribunale della Pedemontana, Nicola Finco emerge come l’archetipo del difensore civico locale, il cavaliere che impugna la spada per la sua Bassano. E lui se la gode mentre il fuoco amico che ha subito nel passato nel Carroccio, è scarico. La confusione guelfo-ghibellina la fa da padrone e la politica o l’azione di sindaco cedono il passo alla propaganda da bar. La vera questione, come sempre, resta sepolta sotto strati di retorica territoriale.
Finco cavalca il popolo dei bassanesi che non si sono mai rassegnati a non essere provincia, fa il tutore degli interessi della sua città, agitando lo spettro del declassamento territoriale, insomma fa il sindaco di Bassano. Ma se usciamo dalla città del Ponte, il problema reale – quello che nessuno ha il coraggio di affrontare frontalmente – è ben altro: il sistema giudiziario veneto soffoca per cronica carenza di organico.
L’elefante nella stanza che si evita di vedere è proprio questo: a cosa serve inaugurare nuove cattedrali giudiziarie nel deserto se quelle esistenti già arrancano per mancanza di personale? È come acquistare un’altra automobile quando non si hanno i soldi per la benzina di quella già parcheggiata in garage.
La politica, che detiene saldamente il pallino della situazione, preferisce il clamore delle nuove aperture alla prosaica realtà dei concorsi per assumere cancellieri e magistrati. Perché, si sa, nel nostro tempo politicamente mediocre, si pensa che tagliare nastri generi più consenso che risolvere problemi strutturali.
“C’è un giudice a Berlino?” si domandava il mugnaio di Potsdam nella celebre citazione attribuita a Bertold Brecht. Oggi potremmo chiederci: “Ci sarà un giudice a Bassano?” Certamente, ma avrà faldoni accatastati fino al soffitto e udienze programmate nel prossimo decennio. Magari tolto a Vicenza o a Treviso.
Tuttavia l’approssimazione con cui si gestisce la questione è solo il sintomo di una malattia più grave: la propaganda che si sostituisce al ruolo dell’amministrazione. Si preferisce promettere grandi opere per domani piuttosto che garantire servizi efficienti oggi.
E in mezzo a questa disputa territoriale, chi resta schiacciato è il cittadino e il sistema della giustizia. Mentre i politici discutono di mura e sedi, i sindaci si dividono gli spalti delle tifoserie, le pratiche giudiziarie continuano ad accumularsi, le udienze si dilatano nel tempo, e la giustizia – quella vera – diventa sempre più un miraggio.
Se davvero si volesse occuparsi seriamente di tribunali, la priorità sarebbe una sola: risolvere le carenze di organico esistenti, e solo dopo, eventualmente, pensare a nuove strutture. Ma questo richiederebbe visione e coraggio – merce rara nel bazar della politica contemporanea.



