La lezione di Pregnana

di Arrigo Abalti · Luglio 14, 2026

C’è un paese di settemila abitanti alle porte di Milano, Pregnana Milanese, che sta per ospitare tre data center su un quarto della sua superficie edificabile. Potrebbe essere una storia di allarme — il cemento, il consumo di suolo, l’acqua per raffreddare i server, il rumore — e invece è, soprattutto, una storia di metodo. Perché la domanda vera che pone Pregnana non è *se* costruire quelle cattedrali di dati che l’era dell’intelligenza artificiale reclama a ritmo forsennato. È un’altra, più scomoda e più utile: chi decide le condizioni, e con quali strumenti. Ed è una domanda che riguarda il Vicentino da vicino, molto più di quanto sembri.

Partiamo dai numeri, perché sono la parte che fa alzare il sopracciglio. Pregnana incasserà tra i 25 e i 30 milioni di euro tra oneri di urbanizzazione e compensazioni ambientali: cinque volte il suo bilancio annuale. Il sindaco lo dice senza giri di parole: con quei soldi si rifà la scuola «senza nemmeno fare il mutuo». Tradotto: un’infrastruttura privata, che nasce per far girare i dati di Microsoft o Amazon, finanzia l’asilo dei bambini del paese. È il patto implicito di questa stagione — il suolo comunale in cambio di opere pubbliche — e chi lo governa bene ne esce con una scuola nuova; chi lo governa male, con un capannone in più e i problemi scaricati sui vicini.

Ed è qui che Pregnana diventa un manuale. Primo: ha preteso di conteggiare negli oneri anche gli impianti esterni — i gruppi di continuità, i sistemi di raffreddamento — strappando tre milioni in più che nessuna norma le regalava. Secondo, e più importante: ha deciso *in anticipo* come dividere i proventi con i Comuni confinanti, quelli su cui ricadono gli impatti — il rumore, il traffico, la vicinanza al Parco dell’Olona — ma che di solito non vedono un euro. Due milioni e mezzo destinati a chi sta intorno, concordati prima e non dopo. Sembra un dettaglio burocratico. È invece la differenza tra un territorio che tratta unito e uno che si fa dividere azienda per azienda, sindaco per sindaco.

Perché il punto debole, in tutta Italia, è sempre lo stesso: manca una legge nazionale che stabilisca una procedura standard, e così ogni Comune si arrangia. Capita — lo scrive Il Post — che la valutazione di impatto ambientale arrivi a edificio già costruito. Lo stesso sindaco di Pregnana, che pure ha incassato, ammette che «lasciare la pianificazione al singolo Comune è una follia», perché gli uffici tecnici dei piccoli municipi non hanno le competenze per stare al tavolo con multinazionali che investono mezzo miliardo a colpo. È l’asimmetria del nostro tempo: da una parte un ufficio con tre geometri, dall’altra un fondo emiratino da venti miliardi di dollari. Indovinate chi scrive le condizioni, se il primo si presenta da solo.

E allora veniamo a noi, all’Alto Vicentino e alla provincia intera. Anche qui il Novecento industriale ha lasciato in eredità quello che ha lasciato a Pregnana: aree dismesse, capannoni vuoti, ex stabilimenti che aspettano una seconda vita. Anche qui, prima o poi, busseranno gli intermediari immobiliari — perché è così che funziona: prima arriva chi compra e bonifica il terreno, poi l’utilizzatore finale, che spesso a trattativa iniziata nemmeno si conosce. E anche qui la tentazione sarà doppia e opposta: il no ideologico di chi vede solo il mostro di cemento, e il sì affamato di chi vede solo i milioni e firma qualunque cosa pur di incassare.

E qui il pensiero corre, inevitabile, al capoluogo. Perché non è solo questione di paesi dell’Alto Vicentino: è Vicenza stessa a essere piena di aree dimenticate. Basta guardare la fascia industriale a ovest della città, dove i capannoni chiusi si allineano tristi lungo le strade, insegne sbiadite e cancelli arrugginiti, monumenti a una stagione produttiva che non tornerà in quella forma. Sono esattamente il tipo di superficie che gli operatori dei data center cercano: già urbanizzata, già servita, da bonificare e riusare invece di mangiarsi campi liberi. Vicenza ha, potenzialmente, la stessa carta che si è giocata Pregnana — la possibilità di trasformare il vuoto industriale in risorsa — a patto di arrivare al tavolo con un progetto, e non con la fretta di chi vuole solo liberarsi di un rudere. Un capannone spento non produce nulla, se non degrado; lo stesso capannone, riqualificato alle condizioni giuste, può finanziare un pezzo di città. La differenza, di nuovo, non la fa il caso: la fa chi siede al tavolo e con quali strumenti.

La lezione di Pregnana sta esattamente in mezzo a questi due errori, e si riassume in tre mosse che qualunque sindaco vicentino dovrebbe incorniciare. Uno: non trattare da soli. Un Comune di cinquemila anime che si siede da solo davanti a Damac o Amazon ha già perso; una Provincia, un’unione di Comuni, un Consiglio di Bacino che negozia in blocco cambia i rapporti di forza. Due: pattuire prima, e per iscritto, la ripartizione con i Comuni confinanti — perché gli impatti non conoscono i confini catastali, e la solidarietà tra vicini si scrive nella convenzione, non nei comunicati. Tre: pretendere che gli introiti diventino opere visibili e verificabili — la scuola, l’asilo, la pista ciclabile — perché è l’unico modo per trasformare il consenso rassegnato in consenso reale, e per poter guardare in faccia chi, giustamente, chiederà conto del suolo consumato.

I data center arriveranno anche qui: la domanda di dati non aspetta i tempi della politica locale, e la sola area milanese conta già sessanta tra impianti e cantieri nel raggio di trenta chilometri. Fingere che il Vicentino ne resti fuori è ingenuo. La vera scelta non è tra averli e non averli: è tra subirli e governarli. Pregnana, un paese grande un quinto di Thiene, ha dimostrato che si può ottenere una scuola nuova, tutelare i vicini e riqualificare tre aree marce, semplicemente arrivando preparati al tavolo. Non è una questione di ideologia. È una questione di competenza amministrativa — la stessa che, da queste parti, ci piace raccontarci di avere. Sarebbe il momento di dimostrarlo prima che suonino alla porta, non dopo.

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]