di Arrigo Abalti · Settembre 28, 2025
Le associazioni di categoria riempiono il vuoto con proposte e agende. Ma un territorio non può affidare solo a chi produce la regia del domani: la politica deve tornare a pensare
In Veneto la campagna elettorale è già cominciata. Ma non nei partiti: nelle sedi delle associazioni di categoria. Mentre le coalizioni recitano il rosario dei nomi – il dopo-Zaia, le correnti, i bilancini – le agende vere vengono scritte altrove: infrastrutture, sanità, formazione, competitività. Documenti che sembrano programmi di governo più che piattaforme di lobbying. La politica ascolta, prende appunti, promette. Non guida.
C’è un indizio che vale più di mille convegni: il tour dei selfie. I candidati entrano in fabbrica col casco giallo e il giubbotto ad alta visibilità, scorrono la linea, scattano la foto con l’imprenditore di turno, rilanciano su Instagram e LinkedIn. La didascalia è sempre la stessa: “Ascolto il territorio”. Nel frattempo la proposta resta in bozza. È la liturgia dell’“esserci” che sostituisce il dovere del “decidere”. Si misura il gradimento a colpi di like, non di delibere.
Non è solo estetica. È inversione dei ruoli. Le categorie economiche – legittimamente – compilano il loro cahier de doléances. La politica, anziché fare sintesi e stabilire priorità, si limita a recepire e timbrare. Ma un territorio non si governa per somma di richieste, si governa per scelte: chi fa cosa, quando, con quali risorse e in quale ordine. Qui, invece, il calendario è pieno di visite in azienda e aperitivi con gli stakeholder; il capitolo “visione” resta un segnaposto: “fare sistema”.
Il risultato è un paradosso: il Veneto corre grazie a chi produce, ma rischia di farlo senza macchinista. La politica rinvia il conflitto – quello buono, quello tra opzioni – e si affida a capitolati tecnici: utili, necessari, ma incapaci di tenere insieme gli interessi divergenti di una regione complessa. Perché la priorità dell’export non coincide sempre con quella della sanità territoriale; la logistica delle merci non è automaticamente la mobilità dei pendolari; la specializzazione produttiva non risolve da sola il nodo del capitale umano.
Dietro le quinte, nel centrodestra come nel centrosinistra, le riunioni parlano di nomi e geometrie. Fuori, le associazioni dettano tempi e contenuti. È la politica delegata, che abdica al proprio compito più alto: disegnare il futuro, assumersi la responsabilità di una scala delle priorità, spiegare cosa viene prima e cosa può aspettare. Il resto è manutenzione del consenso, con la scena madre del selfie in reparto: un secondo di popolarità che non costruisce un centimetro di futuro.
La campagna elettorale dirà chi vincerà. Ma la qualità del governo si vedrà il giorno dopo, quando i caschi torneranno sugli scaffali e ai candidati non basterà più “ascoltare il territorio”: dovranno sceglierne la rotta. Se non lo faranno loro, lo farà qualcun altro. È già successo. E non sempre finisce bene.



