di Arrigo Abalti · Maggio 16, 2026
Un duello senza sfida
Stesso partito, stessa tessera, due Veneti. Per vederli distinti basta alzare il foglio.
Sul fine vita, nel Veneto della nuova legislatura, le due posizioni leghiste hanno entrambe la loro logica, e nessuna è di comodo.
Alberto Stefani parte da un dato che non si può aggirare: la sentenza 204/2025 della Corte costituzionale ha smontato una parte della legge toscana, ricordando che requisiti e procedure per il suicidio assistito toccano il diritto penale, dunque competenza statale. Per un governatore al primo capitolo, partire con una norma che nasce già esposta all’impugnativa è un rischio politico e istituzionale serio. La via della proposta di legge statale di iniziativa regionale — formalmente ineccepibile, prevista dall’articolo 121 — gli permette di tenere insieme la coalizione e di non bruciare capitale all’inizio del mandato. È una scelta di prudenza, non di evasione.
Luca Zaia parte da un dato altrettanto solido: novemila firme depositate, una proposta bocciata per un solo voto nel 2024, un regolamento che la rimette in calendario, e una sentenza Cappato del 2019 che attende attuazione dal Parlamento da sette anni. Da presidente del Consiglio regionale, ha il diritto e il dovere di portare il dossier in aula. Aver organizzato la proiezione del docufilm su Gheller non è un’imboscata: è l’uso istituzionale di uno spazio istituzionale. Anche questa è una scelta legittima. Ma lui cerca il palco tanto quanto Stefani lo sopporta.
Ora la filigrana. Nello stesso pomeriggio del docufilm, Stefani non è a Palazzo Ferro Fini e — secondo il Gazzettino — riceve a Palazzo Balbi il consigliere Davide Lovat di Resistere Veneto, che è opposizione. È un dettaglio che merita di essere letto in controluce. Perché racconta una geografia in formazione: sulle questioni eticamente sensibili, il presidente della Regione apre la porta a una sponda esterna alla coalizione che condivide la sua linea di prudenza; il presidente del Consiglio regionale, simmetricamente, apre la porta a una sponda esterna alla coalizione — Ostanel, AVS — che condivide la sua linea di apertura. Ognuno cerca legittimazione dove la trova, e la trova fuori dal perimetro.
È un movimento che la politica veneta conosce: le maggioranze formali coprono geometrie reali più mobili. La domanda che resta sospesa, e che ogni elettore e ogni osservatore può fare propria, non riguarda chi ha ragione tra i due. Riguarda cosa ci dice questo doppio sconfinamento sul modo in cui — non solo sul fine vita — verranno governate, nei prossimi anni, le questioni che la disciplina di partito non basta a sigillare.



