Culle vuote e nomi pieni di speranza

di Arrigo Abalti · Ottobre 24, 2025

In Veneto nascono sempre meno bambini, ma continuiamo a chiamarli Leonardo e Sofia. Come se bastasse un nome antico per salvarci dal futuro che non arriva mai

 

C’è un rumore che si sente sempre meno, in Veneto: quello del pianto dei neonati.

L’Istat dice che nei primi sette mesi del 2025 le nascite sono calate del 6,4%. Una cifra che suona come una percentuale, ma è in realtà un silenzio. Meno vagiti, meno prime notti insonni, meno nonni davanti alle vetrate dei reparti di ostetricia con gli occhi lucidi.

Il tasso di natalità regionale è sceso a 3,4. Era 3,6 appena due anni fa. Non sembra molto, ma in statistica come nella vita, due decimi possono essere la distanza tra un futuro che cresce e uno che si restringe.

Le coppie venete fanno in media 1,15 figli: troppo pochi per tenere in equilibrio il presente, eppure ancora un po’ più generosi della media nazionale (1,13). Come se questo Nordest operoso, con le sue case ordinate e i suoi capannoni, riuscisse ancora a mettere al mondo qualche speranza in più.

I nomi più scelti? Leonardo e Sofia. Due nomi antichi, solidi, pieni di luce. Come se a mancare non fossero i sogni, ma la possibilità di permetterseli.

Perché oggi fare un figlio non è più un gesto naturale: è un atto di coraggio. È scommettere su un Paese che spesso dimentica chi si ostina a crederci.

Il Veneto, che un tempo riempiva le scuole e le piazze di voci e biciclette, ora riempie i grafici dell’Istat di curve discendenti.

Ma forse, dietro ogni Leonardo e ogni Sofia, c’è ancora un genitore che ha deciso di non arrendersi. E in quel gesto, piccolo e enorme, c’è la forma più antica e ostinata dell’ottimismo umano: credere che il futuro, nonostante tutto, meriti ancora una culla.

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