Start me up

di Arrigo Abalti · Agosto 22, 2026

 

Nel 1496 crollò l’angolo della loggia che avvolgeva il Palazzo della Ragione, e Vicenza fece la cosa più ragionevole del mondo: mise dei puntelli. Poi cominciò a chiedere pareri. Li chiese ai nomi più grandi dell’epoca — Sansovino, Sanmicheli, Giulio Romano, Serlio — uno dopo l’altro, ciascuno con un progetto, ciascuno archiviato. Passarono cinquant’anni. Il palazzo restò in piedi su quelle travi provvisorie mentre la città discuteva di chi dovesse rimetterlo dritto, e alla fine la soluzione arrivò da uno scalpellino cresciuto in quei cantieri, che quelle pietre le conosceva a mano. La Basilica sta lì da allora. Ma prima ci sono stati cinquant’anni di puntelli, ed è quella la parte che nessuno ricorda.

Serve tenerlo presente leggendo lo scambio di queste quarantott’ore. L’altro giorno, sul Giornale di Vicenza, è uscito Giorgio Conte, consigliere del Gruppo misto e fino a poco fa di Fratelli d’Italia, un passato sempre a destra, Fronte della Gioventù, MSI, AN e anche l’avventura naufragata di Futuro e Libertà: le critiche del suo ex partito all’amministrazione sono legittime e giuste, dice,  ma manca una proposta alternativa, e così Possamai resterà in sella. Ieri gli risponde Alessandro Benigno, presidente cittadino di FdI, con un comunicato più ampio di quanto sia finito in pagina: entro fine settembre parte un percorso costruito dal basso, quartiere per quartiere, dalle periferie fino al centro storico, aperto a tutte le forze del centrodestra e a chiunque voglia starci, senza veti e senza posti prenotati. E sul tavolo lancia un nome per Palazzo Trissino: Silvio Giovine.

Per qualcuno è presto. Ma la domanda giusta non è se sia presto. È se si stia finalmente costruendo o se si stiano ancora sistemando i puntelli.

Perché la storia recente del centrodestra dice una cosa sola, e la ripete con una monotonia quasi imbarazzante: quando è unito vince, quando è diviso perde, e la divisione non nasce mai in campagna elettorale, nasce sempre molto prima. Nel 2008 Achille Variati vinse il ballottaggio contro Lia Sartori per cinquecentoventisette voti (la divisione allora era tra lei e Manuela Dal Lago) — cioè esattamente la quantità di consenso che si volatilizza quando l’elettorato di una componente non segue il candidato dell’altra. Nel 2013, dopo cinque anni di duello interno fra i due poli della coalizione, il centrodestra si presentò con Manuela Dal Lago e si fermò al ventisette per cento, contro un Variati rieletto al primo turno (e moltissimi sono certi che Lia Sartori restituì il favore alla Dal Lago facendo mancare i suoi voti). E nel 2023 la sequenza è la più nitida di tutte: il ventinove gennaio, a Palazzo Nievo, la corsa alla presidenza della Provincia spaccò il fronte fra Nicola Ferronato e Andrea Nardin, e vinse Nardin raccogliendo civici, centrosinistra e amministratori trasversali, molti dei quali proprio nel centrodestra; quattro mesi dopo, a maggio, Giacomo Possamai strappava il capoluogo al ballottaggio per i soliti circa cinquecento voti.

Quattro mesi. Chiamarla coincidenza è comodo ma non regge. Le divisioni sullo scranno più alto di Palazzo Nievo non restano dentro Palazzo Nievo: alimentano l’area dissidente, legittimano il voto disgiunto, danno agli amministratori dei centoquattordici comuni il permesso psicologico di scegliere per simpatia, o per antipatia,  anziché per appartenenza. E un elettorato che impara che si può fare, non lo disimpara in una primavera.

Ecco perché la mossa di Benigno va giudicata per quello che è, e non per il rumore che fa.

Un percorso che parte due anni prima non serve a scaldare la piazza: serve a dare tempo alla parte lenta del lavoro, che non è scrivere il programma ma ricucire i rapporti tra le persone. Il metodo lo dice apertamente — senza veti e senza posti prenotati, con il confronto quotidiano fra gruppi consiliari e segreterie — ed è precisamente lì che le Comunali si vincono o si perdono, molto prima dei manifesti.

Anche il nome è planato nel modo giusto: una proposta da discutere e verificare con il diretto interessato e con gli alleati, non una bandierina piantata. Si può obiettare che un tavolo con dentro un nome parta condizionato, ed è vero: l’onere di smentirlo tocca a chi lo ha aperto. Ma tra chi mette una proposta verificabile sul tavolo nell’agosto del 2026 e chi aspetta la primavera del 2028 sperando che decida qualcun altro, come è già accaduto, il vicentino ha imparato come finisce la seconda.

E qui arriva la parte scomoda, quella che riguarda chi profetizza. Christa Wolf, riscrivendo Cassandra, ha spostato il centro della tragedia: il punto non è che la profetessa veda giusto — vede giusto sempre — è che parli da dentro una città che ha già deciso di non ascoltarla, finendo per diventare parte del meccanismo che porta alla caduta anziché fermarlo. In politica la previsione esatta non è mai neutrale: pronunciata al momento giusto, diventa una delle cause del fatto che annuncia. Chi segue la politica vicentina ricorda che nella campagna del 2023 fu Conte, da destra, a spiegare pubblicamente che Rucco non era il candidato capace di battere Possamai. Aveva ragione, ma di certò quelle parole non aiutarono l’unità del centrodestra. Resta da capire quanta parte di quella ragione se la sia procurata da solo.

Oggi la scena si ripete con una variazione: la diagnosi torna anche se Conte non fa nomi ma si rivolge al sistema — un’opposizione senza visione non vince — ma arriva dai banchi del Gruppo misto, cioè da fuori dal cantiere. È la differenza fra chi indica la crepa e chi impugna la cazzuola. Benigno la sintetizza con un’immagine efficace: in campo si sta con la maglia, non a bordo campo. Lo scrive nello stesso comunicato in cui dice che il centrodestra deve mettersi le scarpe da ginnastica e camminare nei quartieri, iniziare la corsa. Forse lascia intendere che Conte stia, invece, in pantofole ad emettere sentenze. Forse.

Il paradosso è tutto qui, ed è tipicamente vicentino: la coalizione che ha perso per divisione discute di unità proprio mentre torna l’appuntamento che la divise. Palazzo Nievo rientra in scena adesso — Nardin è di nuovo candidabile dopo le modifiche normative, Fratelli d’Italia frena sull’ipotesi di una Casa dei Comuni trasversale, Forza Italia con Pierantonio Zanettin invita a non chiudere la porta al dialogo con i sindaci. La Lega tace. Sono più o meno le stesse posizioni di quattro anni fa, con altri nomi e altri ruoli.  Ed è la stessa crepa di fondo: la divisione nel centrodestra. O la sua fatica a stare insieme. Che poi sono la stessa cosa.

Il laboratorio di settembre vale allora nella misura in cui saprà occuparsi anche di questo, e non soltanto dei quartieri, che rimane la condizione necessaria per partire, ma non sufficiente. Perché nel 2028 non si entra a Palazzo Trissino se nel frattempo si è persa la Provincia in una guerra fra alleati: sono lo stesso muro, e cede dallo stesso punto.

Vicenza, del resto, la lezione ce l’ha in piazza dei Signori e la guarda tutti i giorni senza vederla. Il palazzo non fu salvato dal parere più autorevole, e nemmeno dal più prudente. Fu salvato il giorno in cui la città smise di collezionare progetti e ne scelse uno. I puntelli, finché ci sono, danno l’impressione confortante che l’edificio stia su. Ma non è architettura: è rinvio in forma di legno.

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