di Redazione · Agosto 22, 2026
Paolo Feltrin misura la Lega con i numeri e ne ricava un vicolo cieco. Ma dentro quei numeri c’è qualcosa di più antico: la fatica di un partito che non sa più a chi somigliare
La malinconia particolare tipica di certe interviste spiega a un partito perché non può più essere ciò che è stato. Non è ostilità, non è nemmeno critica: è quel tono un po’ medico, un po’ notarile, con cui si comunica a qualcuno che la stagione è finita e che d’ora in poi si tratterà soltanto di gestire il dopo. Paolo Feltrin, che il leghismo lo studia da quando aveva ancora il Nord nel nome, parla della Lega in questo modo. E il modo, più ancora delle cifre, è la notizia.
Le cifre, comunque, ci sono, e hanno la brutalità serena della statistica. Nel 2001 il Carroccio prese il 3,9 per cento, nel 2013 il 4,1: erano gli anni in cui quasi la totalità dei voti veniva dal Nord, Emilia compresa. Era la Lega in purezza, quella dei gazebo e delle sezioni, dei sindaci e dei consiglieri comunali, del radicamento capillare che tutti — anche gli avversari — le riconoscevano. E non superava i quattro punti. È qui il paradosso da cui non si è mai davvero usciti: il territorio non si converte in nazione. Puoi conoscere per nome ogni elettore di una vallata e restare comunque un partito piccolo.
Salvini quel muro lo capì, e fece la cosa che in politica si fa quando la strada è sbarrata: cambiò strada. Il partito del Nord divenne partito della destra italiana, e i risultati arrivarono — il diciassette per cento del 2018, il trentaquattro delle Europee dell’anno dopo. Poi ci fu il Papeete, e la storia la sappiamo tutti. Nel 2022 la Lega si ritrovò all’8,8, e oggi i sondaggi la collocano attorno al cinque.
Il punto che Feltrin solleva è però un altro, ed è quello che dovrebbe far riflettere più a lungo. Un terzo dei voti leghisti, oggi, viene dal centro-sud. Il che significa che il ritorno al nordismo invocato da una parte della base non sarebbe un ritorno a casa, ma un’amputazione: si scenderebbe poco sopra il tre per cento, cioè in quella zona d’ombra dove i partiti smettono di contare e cominciano a rimpiangere. Per riconquistare il Nord bisognerebbe rinunciare a un terzo di sé. E non è detto — questa è la parte più amara — che il Nord poi torni.
Ho sempre pensato che la coerenza, in politica, sia una virtù sopravvalutata da chi la predica e sottovalutata da chi la pratica. Feltrin la dosa con saggezza quando osserva che ce ne vuole un minimo, non un massimo. Ma il minimo, appunto, va rispettato. E qui sta il vero prezzo della terza via che lui stesso indica — la Lega come partito dei ceti produttivi, spostata al centro, con lo sguardo rivolto a un ministro dell’Economia di scuola sobria e continentale. È una prospettiva ragionevole, forse persino la sola praticabile. Ma comporta il congedo da trent’anni di predicazione autonomista. Non un aggiustamento: un congedo.
E i congedi, nei partiti, non si fanno mai bene. Si fanno tardi, si fanno male, si fanno accompagnandoli con la retorica della continuità proprio mentre si sta voltando pagina. Chi ha frequentato la politica italiana degli ultimi decenni ha visto questa scena tante volte da riconoscerla dai primi gesti. Il gruppo dirigente che spiega che nulla cambia mentre tutto è già cambiato. La base che se ne accorge e non lo dice. Il malumore che si accumula lentamente, come l’umidità in una casa disabitata.
Su un punto, però, mi permetto di non seguirlo. Feltrin sostiene che autonomismo e secessione fossero questioni della fine del secolo scorso, superate dalla rivoluzione informatica che decentra e accentra insieme. È una tesi elegante, e sui processi ha probabilmente ragione. Ma la domanda di autogoverno non è mai nata dalla tecnologia. È nata da una fiscalità percepita come ingiusta e da servizi che si volevano decidere più vicino a casa. Il Veneto che nel 2017 andò a votare il referendum consultivo non chiedeva un’infrastruttura digitale: chiedeva la sanità, la scuola, le strade. Quella domanda esiste ancora. È stata l’offerta politica a non saperle stare dietro — l’autonomia differenziata è diventata prima una bandiera, poi una legge, poi un cantiere impantanato tra la Corte costituzionale e i livelli essenziali che nessuno riesce a definire. Trent’anni di attesa per un risultato che nemmeno chi l’ha ottenuto sa raccontare come vittoria.
Da queste parti la faccenda ci riguarda più che altrove, e in un modo curiosamente rovesciato. Perché mentre a Roma la Lega discute della propria sopravvivenza, in Veneto ha appena rivinto: Alberto Stefani è a Palazzo Balbi, giovane, con addosso il compito impossibile di venire dopo quindici anni di Zaia. Governa la regione più simbolica del proprio immaginario un partito che nazionalmente rischia la soglia di sbarramento. C’è qualcosa di quasi letterario in questa asimmetria.
E se la terza via esiste da qualche parte, esiste esattamente qui: nella pedemontana, nei distretti, in quel manifatturiero vicentino che non ha mai davvero chiesto di separarsi da nulla ma ha chiesto per decenni infrastrutture, energia a costi sopportabili, formazione tecnica, e uno Stato che arrivasse in orario. Vicenza, sotto questo profilo, è meno una provincia che un campione statistico.
Il rischio, semmai, è quello opposto e più triste: che il Veneto finisca per custodire come folklore amministrativo un’identità che altrove non si può più spendere. Identitari in Regione, indistinguibili in Parlamento. Sarebbe la peggiore delle sintesi, e anche la più probabile, perché è quella che non richiede a nessuno di decidere niente.
L’intervista si chiude con una battuta che vale più di molte analisi. Gli fanno notare che il malessere della base cresce, e Feltrin risponde che con gli stati d’animo non si fa politica. Ha ragione, naturalmente. Ma vale la pena aggiungere che senza stati d’animo non si fa politica nemmeno: i partiti sono anche, e forse soprattutto, comunità sentimentali. Quando il sentimento si stacca dal progetto, il progetto resta in piedi ancora per qualche tempo — le liste si fanno lo stesso, i congressi anche — e poi un giorno ci si accorge che dentro non c’è più nessuno.
La domanda vera resta quella che il politologo lascia sul tavolo quasi di sfuggita: qual è il progetto per l’Italia di questi signori. Non cosa si rimpiange. Cosa si propone. È una domanda scortese soltanto perché è legittima, ed è legittima perché nessuno, da tempo, prova a rispondere.




