Scialuppe padane

di Arrigo Abalti · Agosto 21, 2026

Sui transatlantici dell’Ottocento le scialuppe non bastavano mai, e non per distrazione: il regolamento le calcolava sul tonnellaggio della nave, non sul numero dei passeggeri. Finché il mare era calmo nessuno faceva il conto. Lo si faceva la notte in cui la nave imbarcava acqua, e allora si scopriva che i posti erano un terzo dei viaggiatori, e che l’educazione durava esattamente il tempo del primo scricchiolio.

La Lega, oggi, sembra quella nave. Con quasi il 9 per cento nel 2022 elesse 95 parlamentari: ma dei 66 deputati, 42 arrivarono dall’uninominale e soltanto 23 dal proporzionale; al Senato, 14 seggi su 29 dalla stessa porta. Tradotto: quasi due terzi del gruppo parlamentare leghista non è stato eletto dagli elettori della Lega. È stato eletto dagli elettori di Fratelli d’Italia, di Forza Italia, dei moderati che quel giorno hanno messo la croce su un simbolo di coalizione senza guardare troppo il nome scritto sotto. L’uninominale è quel meccanismo cortese per cui il cinque per cento diventa un seggio se qualcun altro ti presta la maggioranza. È una scialuppa altrui, con il tuo nome scritto sopra a matita.

Ecco perché la discussione sulla legge elettorale non è tecnica. È una lista di proscrizione con la formattazione della Gazzetta Ufficiale. Con la Lega al cinque e nessuna coalizione al quarantadue, gli eletti scendono a trenta. Da novantacinque a trenta: non è una riforma, è un piano di esuberi con il timbro istituzionale. E si capisce allora la resistenza dei nordisti all’abolizione dei collegi: non è dottrina costituzionale, è istinto di conservazione. Chi protesta oggi sa che se la protesta fallisce paga due volte, perde la battaglia e perde il posto. È la ragione per cui in questi mesi il Rosatellum, legge che nessuno ha mai amato, ha improvvisamente scoperto di avere un fan club.

Vilfredo Pareto, che di ricambi ai vertici se ne intendeva, scrisse che la storia è un cimitero di aristocrazie. Aveva in mente le classi dirigenti che si estinguono non perché sconfitte dal nemico, ma perché smettono di rinnovarsi e restano attaccate ai posti finché i posti spariscono sotto di loro. La Lega del 2026 sta esattamente lì: un gruppo dirigente che discute di autonomia mentre pensa alle candidature, e che confonde la sopravvivenza personale con la linea politica.

Eppure una via d’uscita esiste, ed è tanto semplice quanto sgradevole per chi comanda: candidare i governatori. Zaia in Veneto e Fedriga in Friuli come capilista alle politiche. Non è un dettaglio organizzativo, è l’unica leva rimasta capace di spostare punti veri: sono gli unici due nomi del partito che portano al seggio consensi che non appartengono al simbolo ma alla persona, quel voto trasversale che alle regionali ha sempre superato di parecchio il risultato di lista. Un effetto trascinamento del genere, sui collegi del Nord, non vale un ritocco di decimali: vale la differenza tra un gruppo parlamentare e una pattuglia.

Il che ci porta al paradosso più bello di questa stagione. Matteo Salvini si salverebbe dalla fronda interna esattamente candidando i capi della fronda. Dovrebbe mettere in cima alle liste — cioè nel posto più visibile, quello che nella liturgia dei partiti indica la successione — i due uomini che rappresentano l’alternativa alla sua linea e alla sua leadership. È la mossa che gli conviene e che, per la stessa ragione, gli costa di più: perché ogni voto raccolto da quei due nomi sarebbe insieme un seggio salvato e un pezzo di autorità perduta. In politica capita spesso di dover scegliere tra restare a galla e restare al comando. Non capita quasi mai di poterle avere entrambe.

Sull’autonomia, intanto, il Veneto ha fatto da apripista e adesso Lombardia e Piemonte accelerano sulla sua scia: il 26 agosto al Pirellone, le commissioni il 2 settembre, il voto in Consiglio il 10, il Piemonte il 3. Quattro materie in discussione — protezione civile, professioni, previdenza complementare, coordinamento della finanza pubblica in ambito sanitario — che non sono poca cosa. Ma conviene dirla tutta: l’autonomia, per la Lega di oggi, non è più un progetto di riordino dello Stato, è diventata un cerotto identitario. Serve a ricordare agli elettori del Nord che il partito è ancora quello, mentre a Roma si tratta sul numero delle poltrone in Transatlantico. E nessuna di quelle quattro materie pesa quanto un collegio blindato in provincia di Bergamo.

Il Veneto ha poi il problema di chi ha vinto. Con Fontana in scadenza di mandato e la Lombardia che nel 2027 rischia seriamente di passare a Fratelli d’Italia, il Veneto resta l’ultima grande regione a guida leghista. Non è una rendita: è un bersaglio. Chi rimane solo in cima non ha più alleati, ha soltanto aspiranti eredi.

E Vicenza è il posto giusto per capire la differenza tra consenso e struttura. È la provincia del radicamento vero — i sindaci, le giunte, l’Altovicentino, le sfide di Schio e Thiene, Bassano — ed è anche la provincia in cui il capoluogo è passato di mano nel 2023. Le amministrative sono state il primo campanello: il partito tiene nei paesi e arretra dove il voto è più mobile. Nei collegi uninominali del Vicentino questo significa una cosa sola: un candidato leghista continua a vincere finché la coalizione regge, e smette di vincere il giorno in cui la coalizione decide che quel nome può essere un altro nome. Non è una questione di merito. È aritmetica altrui.

Il paradosso resta tutto qui. Un partito nato per rivendicare l’autonomia dal centro si scopre interamente eterodiretto nella cosa più intima che esista in politica, cioè la propria sopravvivenza personale. Chiede più poteri per le regioni e non ha il potere di garantire un seggio ai propri senatori. Rivendica il Nord e dipende dai voti di Roma.

Le scialuppe, intanto, sono già state contate. E i due che sanno remare meglio sono anche i due che il capitano preferirebbe non avere sul ponte.

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