Non sono i giovani il problema

di Arrigo Abalti · Settembre 7, 2026

Il 78% degli under 30 si sente lontano da chi decide, ma quasi otto su dieci credono ancora nella democrazia. Non è apatia: è una bocciatura. E la politica il problema non se lo pone davvero

 

 

Il dato da tenere non è quello dei fenicotteri rosa che sventolano a Tirana da tre mesi. È un altro, molto meno fotogenico: il 78 per cento dei giovani europei si sente lontano dai luoghi in cui si decide. Uno su due è convinto di non avere alcuna influenza. Eppure quasi otto su dieci continuano a pensare che la democrazia sia il miglior sistema disponibile.

Messi in fila, questi tre numeri non descrivono una generazione svogliata ma una bocciatura. I ragazzi credono nel metodo e non credono più a chi lo amministra. Hanno separato le due cose, e la separazione è la notizia.

Su questo si è ragionato per tre giorni a Thiene, alla scuola internazionale di Alda, con studenti e docenti arrivati da mezza Europa. La formula uscita dai lavori — non apatici, ma disillusi — ha il pregio di spostare l’imputato. L’apatia sarebbe un difetto loro. La disillusione è un giudizio su di noi.

E allora la domanda vera è una sola: la politica se lo pone, il problema? Sul serio, intendo. Perché il sospetto è che lo abbia derubricato a questione di linguaggio.

Guardiamo cosa fa, non cosa dice. Da anni il tema viene studiato, misurato, convegnato. C’è perfino un libro bianco sull’astensionismo, con proposte che qualsiasi persona ragionevole giudicherebbe minime: rendere votabile chi studia o lavora fuori sede, aprire a forme di voto anticipato, semplificare gli adempimenti. Roba di segreteria. Sono lì, ferme. Nessuno le difende e nessuno le combatte, il che è peggio: significa che a nessuno interessano abbastanza.

Poi c’è la selezione. Le sedi di partito hanno chiuso quasi ovunque, la formazione politica è stata abbandonata a se stessa, e chi entra oggi in una lista viene quasi sempre scelto dall’alto, per fedeltà o per visibilità. Le organizzazioni giovanili funzionano da tirocinio, non da palestra. Poi ci si stupisce che a ventitré anni un ragazzo preferisca organizzare un presidio, dove almeno il risultato lo vede.

C’è anche una questione materiale di cui non parla nessuno. Il consiglio comunale si riunisce il martedì alle 20.30, le commissioni si tengono in orario d’ufficio, i gettoni di presenza sono mortificanti. Per fare l’amministratore a venticinque anni serve un lavoro flessibile, un datore comprensivo o una famiglia alle spalle. Non è un dettaglio organizzativo, è un filtro sociale. Decide chi può permettersi la politica e chi no.

E infine il punto scomodo. La sfiducia conviene. All’antipolitica, che ci campa: ripetere che va tutto a rotoli e che sono tutti uguali è l’esercizio più economico del mondo, come ha ricordato a Thiene Senida Mesi, che dell’Albania è stata vicepremier fino al 2019 e sa quanto costi invece costruire un’alternativa. Ma conviene anche a chi governa, perché un elettorato che si assottiglia è un elettorato più prevedibile, fatto di fedeli e di apparati, perchè più si abbassa l’affluenza al voto più si alza la percentuale del partito. Nessuno lo ammetterà mai. Basta osservare quanta energia si spende per riportare la gente alle urne e quanta se ne spende per contarsi meglio dentro il proprio recinto.

Qualcosa che tenga, però, esiste, ed è il livello più noioso di tutti: il municipio. Nessuno si appassiona alla commissione urbanistica, e proprio per questo è l’unico posto dove la fiducia si può ricostruire per verifica diretta. Se hai chiesto una pista ciclabile, o la vedi o non la vedi. A Thiene, attorno a quel tavolo, c’erano amministratori che hanno l’età di quelli che restano fuori: il vicentino Jacopo Maltauro, consigliere regionale di Forza Italia, Beatrice Verzè che siede in consiglio comunale a Verona, Alessandro Loddo vicesindaco di Sarmede, lo spagnolo Pau Rodríguez Madrid a Cubelles. La porta non è murata, dunque. È stretta, e si passa uno alla volta.

Mesi ha portato una parola albanese che vale quanto moltissimo, besa: la parola data, la fiducia che obbliga chi la riceve. Da noi quella parola l’abbiamo spesa male e a rate, per anni, e questi ragazzi hanno assistito in diretta all’esaurimento del credito.

Sarebbe onesto smettere di chiederci come riavvicinare i giovani alla politica. La domanda giusta è rovesciata, ed è imbarazzante: cosa offre oggi la politica che meriti di essere creduto di nuovo. Finché la risposta resterà un piano di comunicazione, un canale social gestito da un ventenne pagato poco e qualche foto in piazza, il conto continuerà a crescere. La fiducia non si comunica. Si restituisce.

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