Merica, Merica

di Arrigo Abalti · Settembre 6, 2026

Per tenere aperti i reparti il Veneto va a cercare in Argentina e in Brasile i nipoti di chi era partito da qui. Il piano pilota nasce a Belluno, ma il vuoto è dappertutto: tre posti da infermiere su dieci sono scoperti

C’era una volta il biglietto di sola andata. Lo pagavano le famiglie vendendo la vacca o il campo, si partiva da Genova o da Le Havre, e nei paesi restavano le donne, i vecchi e le lettere che arrivavano tre mesi dopo. È la storia che ci raccontiamo ogni anno nei convegni sull’emigrazione, con le fotografie in bianco e nero e la commozione d’ordinanza.

Adesso quel biglietto torniamo a comprarlo noi. Ed è di ritorno.

La Regione ha messo a punto un piano per reclutare infermieri argentini e brasiliani, formarli e inserirli nelle corsie venete, passando dalla rete dei veneti nel mondo. Comincia dall’Ulss di Belluno, che dovrà fare da modello per tutte le altre. La stessa rete costruita per commemorare chi se n’era andato serve oggi a convincere qualcuno a rifare la traversata al contrario.

Nelle corsie venete tre posti da infermiere su dieci sono scoperti. Il tasso di copertura era all’ottantotto per cento, è sceso al settantanove, a maggio era al settantadue. L’anno scorso se ne sono andate cinquecentotré persone.

Nei documenti, naturalmente, non si dice così. Si dice che Belluno sarà un format da esportare, che il progetto è un laboratorio, che si tratta di una sperimentazione in stretta alleanza con il territorio. Arrivano le parole lunghe, quelle che fanno sembrare che il problema sia già stato affrontato. Nella stanza accanto, intanto, un caposala guarda il turno di notte e conta quante teste mancano.

Il paradosso è tutto qui. Un secolo fa si partiva perché il lavoro non c’era. Oggi si torna perché il lavoro c’è e non lo vuole più nessuno a quelle condizioni.

Che nessuno equivochi: chi arriverà non è il problema. Chi viene a lavorare in un reparto veneto non è la causa di niente, è la prova. La prova che il buco non si chiude a valle, dove si assume, ma a monte, dove ci si iscrive. Quanti ragazzi entrano ogni anno a Infermieristica in Veneto, e quanti ne entravano cinque anni fa? Il piano non lo dice. È l’unica domanda che conta, e non la fa nessuno.

Perché gli infermieri dal Sudamerica probabilmente arriveranno, e faranno bene il loro mestiere. Ma tra dieci anni saranno loro a chiedersi se conviene restare, e allora toccherà cercarli da qualche altra parte ancora, sempre un po’ più lontano. È il modo più costoso di non affrontare una questione: spostarla di continente.

La memoria dell’emigrazione è una cosa seria e non merita di finire in un ufficio di collocamento. Le nostre bisnonne quel viaggio non lo fecero per scelta.

Perché quando si va a cercare a diecimila chilometri chi non si trova a dieci, il problema non è la distanza: è quello che offriamo a chi arriva.

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