L’ottimismo della volontà non basta. Servono anche i fatti

di Arrigo Abalti · Marzo 7, 2026

Cerasa, Stefani e Possamai a Vicenza. Tre modi diversi di non arrendersi

 

Claudio Cerasa ha scritto un libro contro la dittatura del catastrofismo, pubblicato da Silvio Berlusconi Editore — e già questo, in certi ambienti, costituisce una doppia eresia. Bisogna dargliene atto: ci vuole coraggio, al giorno d’oggi, per presentarsi in pubblico con un manifesto ottimista. È come arrivare a un funerale con i palloncini. La sala ti guarda storta, ma almeno ricordano chi sei.
L’antidoto è un libro che si propone di smontare, in nove capitoli, i dogmi del pessimismo contemporaneo. La tesi di fondo è semplice e per questo irritante: il mondo reale migliora, quello percepito peggiora. Meno povertà, meno omicidi, più istruzione, più ricchezza. Eppure ci sentiamo in caduta libera. Cerasa sostiene che il catastrofismo non è più una postura intellettuale — è diventato una comfort zone, un modo per sembrare profondi senza fare nulla, un dogma che trasforma qualsiasi tentativo di ottimismo in eresia pubblica. Il giornalismo, dice, ha le sue colpe: il circo mediatico delle cattive notizie ha costruito una visione del mondo falsa e redditizia. Più paura vendi, più clicchi incassi. È un meccanismo perverso, e Cerasa lo conosce bene perché ci lavora dentro. Il che rende il libro, a suo modo, un atto di coraggio editoriale — o almeno di onestà intellettuale, che non è la stessa cosa ma ci assomiglia.

A palazzo Bonin Longare — sede di Confindustria, il che ha la sua ironia in una serata sull’ottimismo occidentale — ieri pomeriggio alle 16.30 l’antidoto era di casa. Sul palco c’erano Alberto Stefani, governatore del Veneto appena insediato, e Giacomo Possamai, sindaco di Vicenza, due uomini che per ragioni anagrafiche e biografiche appartengono a quella specie rara che Cerasa chiama enfants prodiges della politica — quelli che smentiscono il luogo comune del giovane disinteressato e astenuto. Erano lì, seduti, ad ascoltare un direttore di giornale spiegargli che il mondo non va poi così male. Non è un’esperienza comune per un politico. Di solito è il contrario.
Il tema era l’Europa. E il diritto internazionale violato da Trump. Cerasa ha fatto quello che sa fare meglio: ha preso un problema enorme, lo ha girato tra le mani come un sommelier gira il bicchiere, e ha detto che in fondo il vino non è guasto — è solo un’annata difficile. Ha ricordato che il diritto internazionale lo ha calpestato anche Sarkozy quando ha bombardato la Libia. Sul tema dell’intelligenza artificiale — uno dei nove capitoli del libro, che Cerasa affronta con quello che chiama ottimismo naturale — nessuna demonizzazione, nessuna celebrazione. Solo la proposta di trattarla per quello che è: uno strumento. Stefani ha annuito con la soddisfazione di chi aspettava quella sponda da mesi. Possamai ha ascoltato, un po’ stanco — lo si capiva — di sentir dire che è sempre colpa dell’Europa.

Ed è qui che il pomeriggio ha detto qualcosa di interessante, al di là delle battute e delle citazioni churchilliane. Perché il vero nodo non è stato Trump, non è stato Sarkozy, non è stato nemmeno l’ottimismo come categoria filosofica. Il vero nodo è stato uno solo: l’Europa decide, gli Stati subiscono, e la distanza tra chi prende le decisioni e chi le vive è diventata così grande che nessun libro — nemmeno il più coraggiosamente ottimista — riesce più a colmarla con le parole. Cerasa stesso lo ammette, a modo suo: il senso di colpa dell’Occidente, quella tendenza ad attribuirsi la responsabilità di qualsiasi conflitto o crisi globale, si è trasformato da forza rigenerante in cortocircuito patologico. Diagnosi giusta. Terapia ancora da scrivere.

Stefani lo sa, anche se non lo dice così. Possamai lo sa meglio, perché è quello che la mattina dopo deve rispondere ai cittadini che la distanza la misurano in centimetri, non in trattati. Cerasa invece — e questo è il suo pregio e il suo limite insieme — guarda il tunnel e vede la luce in fondo. Gli altri guardano la luce e si chiedono se non sia il treno che arriva.
Churchill diceva che l’ottimista vede opportunità in ogni pericolo, il pessimista vede pericolo in ogni opportunità. È un aforisma bellissimo. Churchill però aveva anche i carri armati. Noi abbiamo i fondi PNRR e una legge di bilancio in ritardo. La differenza non è trascurabile.
Detto questo: la sala era piena, i relatori erano svegli, il dibattito era vero. In un paese dove la politica si fa sempre più spesso in diretta Instagram con la giacca slacciata, un pomeriggio in un palazzo del centro con tre persone che parlano di Trump, Occidente e diritto internazionale senza insultarsi è già, di per sé, un atto di resistenza civile.
Forse Cerasa ha ragione. Forse l’ottimismo non è ingenuità, ma solo la forma più esigente di realismo.
O forse, più semplicemente, è quello che si prova quando si esce da un pomeriggio a palazzo Bonin Longare con la luce di marzo ancora addosso e ci si ricorda, per una volta, che non tutto è perduto.
Almeno fino al telegiornale della sera.​​​​​​​​​​​​​​​​

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