di Arrigo Abalti · Febbraio 26, 2026
La continuità sui DG della sanità non è un dogma: scegliere la funzione prima del nome è già una scelta di governo
Quando Alberto Stefani dice “fuori la politica dalla sanità” – come riportano alcuni giornali – non sta facendo un esercizio retorico. Sta indicando una direzione. E le direzioni, prima ancora dei nomi, sono scelte.
Il giro di nomine nelle Ulss venete – Rovigo, Padova, Venezia, Treviso – viene raccontato come un risiko. Ma sotto la superficie dei retroscena circola un elemento più interessante. I rumors parlano di un metodo: per ogni direttore generale il presidente avrebbe individuato una rosa di tre nomi, su cui sta lavorando. Non un nome unico calato dall’alto, ma una selezione comparativa. È un dettaglio? No, è un cambio di passo.
E c’è di più. La rotazione sarebbe il criterio. Chi oggi è direttore generale a Padova domani potrebbe guidare Verona o Vicenza, e così via. Non più la sovrapposizione tra persona e territorio come se fosse un legame naturale, ma l’idea che la funzione venga prima del nome. Si può discutere sui singoli profili – ed è legittimo farlo – ma individuare un criterio è già una scelta politica netta di discontinuità.
Forse non è un regolamento di conti con il passato. Forse è qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più radicale: affermare che la continuità non è un dogma di fede. Che restare non è un diritto acquisito e cambiare non è una colpa. Che dirigere una Ulss non significa radicarsi in un luogo, ma assumersi una responsabilità in un sistema.
Se i rumors sono fondati, la rotta è già cambiata. Perché spostare i direttori significa spostare il baricentro: dalla persona alla funzione, dall’equilibrio territoriale alla capacità gestionale. È un messaggio chiaro a chi governa le aziende sanitarie: conta la performance, conta la visione, conta la capacità di reggere una macchina complessa.
La sanità veneta non ha bisogno di fedeltà immobili. Ha bisogno di competenze mobili. E soprattutto ha bisogno di ricordarsi chi è il vero centro di questo valzer: non il direttore generale, non il partito, non la corrente. Il paziente.
Se il criterio diventa questo, allora la frase “fuori la politica dalla sanità” smette di essere uno slogan e diventa un metodo. E un metodo, quando è coerente, è già politica. Ma è la politica migliore: quella che sceglie la funzione prima del nome e la cura prima della carriera. In fondo lo diceva già Max Weber “Il potere non si fonda sull’eternità, ma sulla responsabilità”.


