Arzignano, anno zero

di Arrigo Abalti · Febbraio 26, 2026

Riccardo Masiero si candida sindaco e lo fa con la consueta sobrietà,  i social rispondono subito con il coro della curva

 

Ci sono conferenze stampa che aprono campagne elettorali. E poi ci sono conferenze stampa che aprono una stagione.

Quella di oggi, ad Arzignano, appartiene alla seconda categoria.

Riccardo Masiero ha scelto la lingua dell’ufficialità. Parole pesate, frasi scolpite con cautela, il lessico della responsabilità dopo il commissariamento. Nessuna vendetta, nessuna allusione, nessuna rissa. Il registro era quello dell’istituzione che si rimette in piedi. Un candidato che si presenta come cambiamento senza fare la rivoluzione. Una force tranquille, per dirla con l’etichetta che accompagnò François Mitterrand quando promise ai francesi stabilità più che tempesta.

Ma mentre la conferenza stampa parlava una lingua, i social ne parlavano un’altra.

Sotto i post, nelle condivisioni, nei commenti, la candidatura di Masiero non è stata accolta come un atto amministrativo. È stata vissuta come una chiamata alle armi. Non metaforiche: sportive. “Adesso si vince”. “Con lui si torna forti”. “È il nostro candidato”. Non c’è prudenza, non c’è distacco. C’è tifo.

E quando un’elezione comunale diventa una partita di calcio, succede qualcosa di profondo. La politica smette di essere solo gestione e torna ad essere identità. Non si vota più per un programma, ma per una maglia. Qui c’è il punto interessante.

Masiero oggi ha parlato come un uomo di governo. I suoi sostenitori hanno reagito come una curva organizzata. È il doppio canale della politica contemporanea: da un lato la grammatica istituzionale, dall’altro la sintassi emotiva. La prima costruisce legittimità. La seconda costruisce energia.

La prima sfida per lui sarà mantenere la postura del candidato affidabile e incanalare l’energia che arriva dai social.

C’è un precedente che aiuta a capire. Quando John F. Kennedy pronunciò il celebre Ich bin ein Berliner – sì, si scrive così – non stava lanciando uno slogan da stadio. Stava dichiarando appartenenza. Diceva: io sono parte della vostra storia, non il vostro capo ultras. La forza di quella frase non era l’entusiasmo che generava, ma la responsabilità che assumeva.

Masiero oggi dovrà muoversi su quel crinale sottile: essere “uno di Arzignano” senza diventare il simbolo di una rivincita permanente. Oggi lo ha detto senza citare JFK, ma nelle sue parole era implicito un ich bin ein Arzignaner.

Perché il rischio, quando il consenso nasce come tifo, è che si trasformi in aspettativa muscolare. La curva chiede vittoria, non compromesso. Chiede gol, non mediazioni. Ma governare una città uscita da una crisi istituzionale non è una finale di campionato. È un lavoro di cucitura.

Arzignano, negli ultimi mesi, ha conosciuto la fragilità del potere. Ha visto una maggioranza implodere. Ha sperimentato il commissariamento. E Masiero sa che la sua comunità chiede stabilità, ma non sopporta più le guerre interne travestite da strategie.

La vera prova per Masiero sarà gestire l’entusiasmo che già si vede. Sarà dimostrare che quell’entusiasmo non è una febbre passeggera. Che dietro il tifo c’è una classe dirigente. Che dietro l’applauso c’è una visione.

E qui, forse, sta la cifra più interessante della giornata.

Non ha alzato la voce. Non ha cercato il colpo di teatro. Non ha parlato come chi deve regolare conti. Ha scelto il registro della continuità migliorativa, del cambiamento non urlato. È una scelta rischiosa in un tempo che premia chi strilla. Ma è anche una scelta che, se funziona, può restare. Le elezioni si possono vincere come un derby. Le città si governano come una comunità.

Se Masiero riuscirà a trasformare il tifo in fiducia e la fiducia in stabilità, allora la conferenza stampa di oggi non sarà stata solo l’inizio di una campagna. Sarà stata l’inizio di una ricomposizione.

Noi, da osservatori severi, non possiamo che prendere atto di un fatto: raramente ad Arzignano una candidatura ha generato una reazione così immediata e così netta. La politica, a volte, si riconosce dal rumore che produce.

Altre volte, dalla calma che impone.

Oggi abbiamo sentito entrambe le cose.

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