di Redazione · Agosto 3, 2025
La vicenda dei medici argentini e brasiliani assunti dalla Regione Veneto con titoli non ancora riconosciuti in Italia rappresenta un perfetto caso di studio. Non di medicina, ma di doppia morale istituzionale trasformata in sistema di governo
Manuela Lanzarin – o qualcun altro per lei -, assessore regionale alla Sanità, ha scelto una definizione suggestiva per questa operazione: “sperimentazione”. Una parola dal potere quasi magico, capace di trasformare istantaneamente una potenziale irregolarità in una strategia amministrativa all’avanguardia. Un termine che sa di innovazione e progresso, perfetto per giustificare quello che in altre circostanze sarebbe considerato inaccettabile.
Il doppio standard che governa la sanità
La contraddizione emerge con chiarezza cristallina se si prova a immaginare uno scenario alternativo. Cosa sarebbe accaduto se il direttore di una clinica privata accreditata avesse annunciato l’assunzione di cinquanta medici sudamericani senza titoli riconosciuti? Le telecamere sarebbero arrivate prima dell’ambulanza, i Nas avrebbero fatto irruzione con la delicatezza di un carro armato, l’assessore Lanzarin in persona avrebbe tuonato contro “l’inaccettabile messa a rischio della salute dei cittadini veneti”.
Invece, quando l’operazione porta la firma della Regione, si trasforma magicamente in un atto di lungimiranza amministrativa. È la bellezza del potere pubblico e il senso delle istituzioni della statista di Rosà: può sempre riscrivere le regole semplicemente chiamandole diversamente. Quello che per il settore privato accreditato costituirebbe uno scandalo intollerabile, per l’ente pubblico diventa una “sperimentazione innovativa”.
Il silenzio dell’opposizione
L’Ordine dei Medici ha fatto il proprio dovere, contestando formalmente la delibera regionale. Ma la sua voce rimane inascoltata, come quella di un disturbatore in un consesso di sordi volontari. Quando l’Ordine protesta contro una clinica privata, la Regione interviene a gamba tesa con controlli e sanzioni. Quando protesta contro la Regione stessa, le sue obiezioni evaporano nel vuoto pneumatico dell’indifferenza istituzionale.
Il Partito Democratico veneto, dal canto suo, appare troppo impegnato nelle schermaglie social con Flavio Tosi per accorgersi dell’elefante nella stanza. Prigioniero di un’ideologia che vede nel pubblico il bene assoluto e nel privato il male incarnato, preferisce ignorare questa palese contraddizione piuttosto che ammettere che anche la sacra sanità pubblica può commettere errori clamorosi.
Il PD continua imperterrito a demonizzare la sanità privata accreditata come se fosse l’anticamera dell’inferno, ma si volta pudicamente dall’altra parte quando la Regione assume “medici senza frontiere” con qualifiche ancora da verificare. Nel mondo capovolto della sinistra contemporanea si è smarrito l’obiettivo principale: tutelare i cittadini-pazienti, indipendentemente da chi eroga le cure.
Le domande che nessuno fa
Eppure le questioni più importanti rimangono senza risposta. Quali garanzie avranno i pazienti che si troveranno davanti questi professionisti dalla qualificazione ancora incerta? Quale responsabilità si assume concretamente la Regione se qualcosa dovesse andare storto? Esiste un protocollo di emergenza per gestire eventuali complicazioni medico-legali?
Sono domande scomode che rovinerebbero la narrazione rassicurante del “pubblico sempre buono”, quella favola consolatoria che dipinge le istituzioni regionali come infallibili dispensatrici di benessere collettivo.
L’ipocrisia sistemica
La verità è semplice quanto brutale: esistono due pesi e due misure, applicati con la precisione chirurgica di chi sa perfettamente cosa sta facendo. Quello che comporterebbe la perdita immediata dell’accreditamento per una struttura privata, per la Regione si trasforma in una strategia innovativa degna di plauso.
È il trionfo dell’ipocrisia istituzionale, dove le regole cambiano colore e sostanza a seconda di chi le deve applicare. Un sistema perverso che mina alle fondamenta ogni credibilità e ogni residua fiducia nelle istituzioni democratiche.
La scoperta dell’acqua calda
La Regione Veneto ha fatto una scoperta rivoluzionaria: quando mancano i medici, bisogna trovarli dove ci sono. Una illuminazione degna del premio Nobel per l’ovvietà. Ma mentre predica rigore ferreo e controlli implacabili per tutti gli altri soggetti del sistema sanitario, per sé stessa inventa la categoria salvifica della “sperimentazione” per aggirare elegantemente le proprie regole.
È l’Italia dei due forni, quella che sa sempre come cavarsela con un colpo di genio lessicale. Quella terra felice che trasforma ogni problema in un’opportunità e ogni contraddizione in una virtù morale. Il Veneto di Manuela Lanzarin ne è diventato l’interprete più fedele e creativo.
La “sperimentazione” regionale non è altro che l’ennesima dimostrazione di come il potere pubblico si autoassolva con la stessa disinvoltura con cui condanna gli altri. Una lezione magistrale di ipocrisia amministrativa che meriterebbe di entrare nei manuali di scienze politiche come esempio perfetto di doppio standard istituzionale.




