Il dubbio di Nardin: Provincia o FdI?

di Arrigo Abalti · Maggio 24, 2025

I tagli alle Province e il dubbio amletico del Presidente tra lealtà al nuovo partito e difesa del territorio

 

Andrea Nardin si sveglia ogni mattina e deve decidere chi essere. Non è una metafora: è la realtà kafkiana di un presidente di Provincia che si ritrova a vivere in un mondo dove le identità si sovrappongono e si contraddicono in un groviglio che neanche l’autore della Metamorfosi avrebbe saputo immaginare.

Da una parte c’è Andrea Nardin, presidente della Provincia di Vicenza. Quello che ogni giorno deve fare i conti con strade che hanno bisogno di cure continue, ponti che chiedono manutenzione, scuole che richiedono interventi. Quello che deve spiegare ai sindaci del territorio perché i soldi non bastano, perché i progetti slittano, perché le promesse diventano miraggio. Un uomo delle istituzioni, insomma, con una responsabilità precisa verso 800mila vicentini che pretendono (giustamente) che le loro strade non siano un percorso a ostacoli.

Dall’altra parte c’è Andrea Nardin, neo tesserato di Fratelli d’Italia. Quello che ha scelto di sposare un progetto politico, di abbracciare una visione, di entrare nel partito di governo con tutto quello che questo comporta. Disciplina, lealtà, condivisione delle scelte. Anche quando queste scelte si traducono in una sforbiciata del 70% ai fondi per la sicurezza stradale. Anche quando Matteo Salvini, dal suo scranno ministeriale, decide che le Province possono fare a meno di due milioni e mezzo, con il via libera del Premier.

Il bello – si fa per dire – è che questi due Andrea Nardin non possono esistere separatamente. Sono la stessa persona, intrappolata in un corpo solo, costretta a recitare due ruoli che richiedono copioni opposti. Quando protesta per i tagli, lo fa come presidente di Provincia. Ma quella protesta rimbalza sui giornali e diventa il grido di un militante di Fratelli d’Italia che critica il governo di Fratelli d’Italia. Un cortocircuito che avrebbe mandato in tilt anche Amleto.

E la Provincia di Vicenza? Quella è il palcoscenico di questa tragicommedia. Un ente che tutti credono morto ma che continua a muoversi come uno zombie istituzionale, svolgendo funzioni vitali con risorse sempre insufficienti. Le strade provinciali che collegano i comuni, quelle che permettono agli operai di arrivare al lavoro, agli studenti di raggiungere le scuole superiori, alle merci di muoversi lungo le arterie del tessuto economico vicentino. Tutte in mano a un ente che vive in un limbo giuridico e finanziario, né vivo né morto, come la Provincia di Kafka che aspetta ancora di essere definitivamente abolita o definitivamente rilanciata.

I sindaci del territorio guardano a Nardin con un misto di comprensione e irritazione. Lo capiscono, certo: anche loro conoscono i compromessi della politica, anche loro sanno cosa significa navigare tra appartenenze diverse. Ma quando le buche delle strade diventano voragini e i fondi per ripararle evaporano, la comprensione ha i suoi limiti. “Tu sei il nostro rappresentante”, gli dicono. “Tu devi batterti per noi”. E Nardin annuisce, condivide, promette battaglia. Poi torna a casa e trova sulla scrivania la tessera di Fratelli d’Italia che gli ricorda che quella battaglia dovrebbe combatterla contro se stesso.

Il paradosso si spinge ancora oltre quando si parla di Regionali. Perché Nardin non è solo presidente di Provincia per caso: ha – legittime – ambizioni, progetti, sogni di un futuro politico più ampio. E quel futuro passa necessariamente per il gradimento del suo nuovo partito. Ma come si fa a conquistare la fiducia di Fratelli d’Italia continuando a criticare le scelte di Fratelli d’Italia? Come si fa a chiedere il sostegno per una candidatura regionale mentre si contesta l’operato del governo che quel partito esprime?

È qui che la storia diventa shakespeariana. Perché Nardin si ritrova nel ruolo di un Amleto di provincia, costretto a scegliere tra doveri contrastanti, tra lealtà che si escludono a vicenda. Essere o non essere (fedele al partito)? Questo è il dilemma. E come per il principe di Danimarca, temporeggiare è una strategia che ha un limite temporale. Prima o poi la scelta arriva, implacabile.

I colleghi di partito lo guardano con attenzione, qualcuno con sospetto. Un vecchio dirigente che vuole mantenere l’anonimato ci confida la sua diffidenza per la new entry, “non ha mai fatto vita di partito, non sa cosa significa la militanza”. Ogni sua dichiarazione viene setacciata, ogni sua protesta pesata sulla bilancia della fedeltà. “È davvero dei nostri?”, si chiede. “O è un infiltrato che usa la nostra tessera per i propri scopi?”. E dall’altra parte, i rappresentanti del territorio cominciano a mormorare: “È ancora il nostro presidente o è diventato un soldatino di Roma?”.

La verità è che Nardin è intrappolato in un meccanismo più grande di lui, in una contraddizione sistemica che attraversa tutta la politica italiana. Le Province esistono ancora, ma non dovrebbero esistere. Hanno competenze, ma non hanno abbastanza soldi. Devono rispondere ai territori, ma dipendono dal governo centrale. E i loro presidenti sono condannati a vivere questa schizofrenia istituzionale, questa permanente tensione tra ruoli incompatibili.

Il dramma di Nardin è che ha scelto di complicare ulteriormente una situazione già complicata, entrando nel partito di chi taglia i fondi all’ente che presiede. Una scelta che poteva sembrare astuta – essere dentro per influenzare le decisioni – ma che si sta rivelando una trappola. Perché quando sei dentro, non puoi più gridare che il re è nudo. Puoi solo sussurrarlo, sperando che qualcuno ti senta.

E intanto le strade si degradano, i ponti invecchiano, le scuole aspettano. La Provincia di Vicenza continua la sua esistenza fantasmatica, sospesa tra vita e morte, mentre il suo presidente recita un monologo che nessuno vuole sentire fino in fondo. Perché la verità, quella che Nardin conosce ma non può dire, è che questo sistema non funziona. Che le Province o le si rilancia davvero o le si abolisce davvero. Che non si può continuare a farle vivacchiare con le briciole, scaricando sui loro presidenti la responsabilità di scelte che vengono prese altrove.

Ma questa verità Nardin non può dichiararla. Non da presidente di Provincia, perché sembrerebbe un’ammissione di fallimento. Non da militante di Fratelli d’Italia, perché equivarrebbe a una critica al governo. E così resta lì, sospeso tra i ruoli, a recitare una parte che diventa ogni giorno più difficile da interpretare.

Il finale di questa storia non è ancora scritto. Ma una cosa è certa: Andrea Nardin dovrà presto decidere chi vuole essere da grande. E quella scelta dirà molto non solo su di lui, ma sul futuro di un’istituzione che continua a esistere senza sapere perché.

 

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