C’è un elefante nella stanza del Prefetto

di Arrigo Abalti · Maggio 24, 2025

Pensieri in libertà sull’intervista del Prefetto sulla sicurezza in città

 

C’è qualcosa di straniante nel vedere il prefetto Filippo Romano seduto su quella poltrona chiara, in quel salotto immacolato, mentre spiega con calma olimpica che a Vicenza non c’è nessun problema di sicurezza. È come guardare un documentario sulla natura dove il narratore, con voce suadente, descrive la serenità della savana mentre alle sue spalle un leone divora una gazzella. La realtà e la narrazione corrono su binari paralleli, destinate a non incontrarsi mai.

“Vicenza è uno dei posti più sicuri d’Italia”, dice il prefetto al Giornale di Vicenza, e già questa affermazione suona come uno di quei proclami che i generali facevano dal bunker mentre fuori cadevano le bombe. Non è che il dott. Romano menta, intendiamoci. È che vive in quella dimensione parallela dove le statistiche nazionali contano più delle telefonate notturne dei cittadini ai carabinieri, dove i rapporti ministeriali pesano più delle testimonianze di chi attraversa Piazza Castello dopo il tramonto.

Il bello – si fa per dire – è che poi l’intervista diventa un catalogo involontario di tutto quello che non va. Daspo, spaccio, baby gang, disordine urbano, “ragazzi in difficoltà sociale”. Un elenco che sarebbe perfetto per un corso di criminologia applicata, se non fosse che viene snocciolato da chi poco prima aveva negato l’esistenza del problema. È il paradosso della comunicazione istituzionale italiana: si nega tutto nell’incipit, poi si ammette tutto nei dettagli, sperando che nessuno noti la contraddizione.

“I vicentini devono riempire la città”, suggerisce il prefetto, come se la sicurezza urbana fosse una questione di scenografia umana. L’idea che i cittadini debbano trasformarsi in comparse involontarie di un grande spettacolo della normalità è di una tristezza cosmica. Immaginate la scena: famiglie che invece di guardare la televisione dopo cena escono in strada per “tenere viva la città”, pensionati che rinunciano alle pantofole per fare da deterrente umano, studenti universitari che trasformano l’aperitivo in presidio sociale. Una versione surreale del volontariato civico, dove la partecipazione diventa obbligo e la presenza fisica sostituisce le politiche pubbliche.

Ma il capolavoro dialettico arriva quando Romano spiega che “non c’è un problema sicurezza, c’è un problema di percezione“. Ecco il mantra della politica italiana: quando la realtà diventa scomoda, si trasforma in percezione. I furti diventano “sensazione di insicurezza”, le aggressioni si trasformano in “allarmismo mediatico”, lo spaccio si riduce a “impressione di degrado”. È il trionfo del relativismo amministrativo: non esistono fatti, esistono solo interpretazioni. E ovviamente quella giusta è sempre quella di chi sta al comando.

Il prefetto poi tira fuori la carta del sociologo: “i ragazzi in difficoltà non vengono da Marte”. Frase giustissima e, proprio per questo, completamente inutile. È l’equivalente istituzionale del dire che “la pioggia viene dalle nuvole” durante un’alluvione. Vero, sacrosanto, ma che c’entra? È il classico meccanismo deflettivo: si riconosce l’ovvio per evitare di affrontare il complesso. Sì, i ragazzi problematici nascono da situazioni familiari e sociali difficili. E allora? Questo esime le istituzioni dal contrastarli quando diventano un problema per gli altri cittadini?

La parte più teatrale dell’intervista arriva quando, dopo aver negato l’esistenza di qualsiasi emergenza, il Prefetto tira fuori la “zona rossa” come possibile soluzione. È come un medico che prima ti dice che stai benissimo e poi ti prescrive una terapia d’urto. O c’è il problema o non c’è, ma non si può giocare con le parole come se fossero carte da poker. Non si può rassicurare la stampa la mattina e firmare ordinanze speciali il pomeriggio.

Dietro questa schizofrenia comunicativa si nasconde il tipico vizio italiano: la tendenza a trasformare ogni questione concreta in discussione astratta. Invece di dire “abbiamo un problema, ecco come lo risolviamo”, si preferisce il gioco delle tre carte: minimizzare, psicologizzare, responsabilizzare gli altri. È la strategia del rimbalzo della responsabilità: non è colpa nostra se c’è degrado, è colpa vostra se lo percepite.

Il prefetto chiede di “fare squadra”, ma dimentica che una squadra ha bisogno di un allenatore che sappia leggere la partita, non solo commentarla dal salotto di casa. E la partita che si sta giocando nelle strade di Vicenza ha regole precise: c’è chi spaccia e chi compra, chi aggredisce e chi subisce, chi degrada e chi pulisce. Non è questione di percezioni, è questione di fatti. E i fatti, per quanto scomodi, non si cancellano con le interviste.

Vicenza non ha bisogno di spiegazioni, ha bisogno di soluzioni. Non ha bisogno di rassicurazioni, ha bisogno di sicurezza. E dal Prefetto, i cittadini si aspettano non giochi di parole, ma soluzioni, fatti. Altrimenti il rischio è che, mentre si continua a negare l’evidenza della presenza del classico elefante in salotto, la città si abitui all’idea che le istituzioni servano solo a spiegare perché non possono fare quello che dovrebbero fare.

E questa, più che un problema di percezione, è una tragedia di sostanza.

P.S. Imbarazzante l’assenza di ogni commento delle forze politiche ed economiche della città che ogni giorni lanciano allarmi sulla sicurezza del Capoluogo.

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