Il fieno di Zaia

di Arrigo Abalti · Maggio 28, 2026

Le preferenze come pistola sul tavolo, il format che piace a Marina e una nota sull’Ucraina che a Nordest pesa il doppio. Il dopo-Zaia visto dalla regione che la Lega chiama casa

 

Il fieno, in Veneto, non è mai stato una metafora: è paesaggio, è economia, ed è perfino un format televisivo. E mentre a Roma si discute della materia più noiosa del mondo — la legge elettorale senza preferenze, calendarizzata per il 26 giugno alla Camera — qui la stessa partita si gioca con un’altra posta. Perché il dopo-Zaia è cominciato molto prima che Zaia finisse.

C’è un filo che tiene unito il caos, e passa da qui. Giorgia Meloni ha capito che le preferenze possono essere la pistola sul tavolo: servono alla premier, ma in Parlamento chi ha il coraggio di votarle? Si salverebbero in pochissimi e si scatenerebbe la corsa nei territori. E nessun territorio è laboratorio come il Veneto, dove la Lega non è un partito, ma una geografia.

Il punto, naturalmente, è Luca Zaia. Salvini ha provato a chiedergli di fare il portavoce del nord, ma lui non è un vice che si addomestica: non si accontenta di un ruolo, vuole carta bianca, e quello spazio nella Lega di oggi non lo vede. In Lega pochi hanno il suo consenso — ed è proprio il consenso il problema, perché un capitale così grande non si lascia in cassaforte. Da qui l’idea, immaginata più che decisa, di primarie che non si chiamano primarie: Zaia e Fedriga che si pesano come fosse una gara, in attesa che qualcuno, a Roma, abbia il coraggio di contarli.

Sullo sfondo la chiacchierata che a Nordest tutti raccontano e nessuno conferma: quella con Marina Berlusconi, sul format di Zaia, Il Fienile, e la possibilità di venderlo a Mediaset. Dice la deputata leghista Simonetta Matone che «il format piace così tanto a Marina che voglia acquistarlo. A qualsiasi cifra». È la versione in salsa veneta della politica che si fa intrattenimento: un futuro televisivo garantito da Marina, lo Zaia dopo Zaia. Il fieno lo mette la Cavaliera, e Zaia lo spala.

Poi c’è la nota che in una regione di esportatori pesa il doppio. La Lega ha scritto che «Kiev nella Ue rappresenterebbe un danno economico e sociale di enormi proporzioni», e qui la frase non è un titolo, è un ramo d’azienda. Il Veneto vive di export, di capannoni che guardano a est: una linea così, sull’Ucraina, in casa leghista divide più di quanto unisca. Meloni la giudica sgradita, ripete che la linea non cambia, «vogliamo l’Ucraina in Europa». E l’ex governatore fa quello che gli riesce meglio: tace, osserva, e lascia che il parlare si depositi come la nebbia in pianura.

Resta il fieno, appunto: da queste parti prima si taglia e poi si conserva, in attesa dell’inverno. È quello che sta facendo Zaia. La legge elettorale è il calendario, le preferenze il pretesto, Marina l’orizzonte. Il resto — Salvini, l’Ucraina, le decime e i centinai — è il rumore di fondo di una stagione che, da Roma, hanno immaginato per tutti tranne che per lui.

 

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