di Redazione · Maggio 16, 2026
Sanità pubblica o privata?
Guido Bertolaso ha detto una cosa vera nel momento sbagliato. Alberto Zangrillo ha detto una cosa sbagliata nel momento giusto. In mezzo ci sono i pazienti, che non sanno né quando né come, ma aspettano.
Partiamo dall’inizio. O meglio: dalla fine. Perché in Italia le verità sanitarie emergono sempre dalla coda — dall’errore, dallo scandalo, dalla cooperativa di infermieri che confonde i milligrammi come un liceale alla prima versione di greco. Solo allora il sistema smette di celebrarsi e comincia, timidamente, a spiegarsi.
Bertolaso davanti alla telecamera di Report – che vedremo stasera – ha tracciato una linea. Da una parte il pubblico — suo. Dall’altra il San Raffaele — eccellenza, sì, ma della sanità privata. Il Niguarda, ha detto, è il fiore all’occhiello della sanità lombarda. Punto.
Zangrillo ha risposto in camice, su Instagram, con un foglio scritto a mano. Genere: requisitoria. Tono: ferito. Contenuto: ci chieda scusa. Sottotesto: dopo tutto quello che abbiamo fatto per lei.
Ed è proprio il sottotesto il problema.
Perché “tutto quello che abbiamo fatto” è esattamente la questione. Il San Raffaele non ha fatto nulla per il sistema pubblico. Ha fatto tutto dentro il sistema pubblico. Con tariffe pubbliche, regole pubbliche, accreditamento pubblico, pazienti pubblici. La differenza non è retorica: è costitutiva. Un fornitore vende e se ne va. Un convenzionato resta — e risponde.
O almeno dovrebbe.
Qui l’ipocrisia trentennale mostra la sua architettura. Il privato convenzionato condivide con il pubblico ogni obbligo: volumi, standard, esiti, trasparenza. Ma non condivide la stessa rete di salvataggio. Se un’ASST pubblica va in crisi, arriva il commissario, arriva il ripiano, arriva la proroga. Se un privato convenzionato va in crisi, arriva la revoca dell’accreditamento. Fine. Buio. Cancello chiuso.
Stessi doveri, destini diversi. È come chiedere a due alpinisti di scalare la stessa parete con la stessa attrezzatura, ma con la corda assicurata solo per uno.
Zangrillo rivendica l’eccellenza — e il San Raffaele ha titoli per farlo. Ma l’eccellenza non è un’esimente. È semmai un’aggravante: chi gestisce reparti di cure intensive con la firma del sistema sanitario regionale non può delegare quegli stessi reparti a una cooperativa come si esternalizza la pulizia dei pavimenti. Non perché lo dica la morale. Perché lo dice il contratto di accreditamento. Quello che Zangrillo firma, rinnova, e — fino a dicembre — dava per scontato.
Bertolaso, dal canto suo, ha scoperto il pubblico con il tempismo di chi trova l’ombrello quando smette di piovere. Per anni ha celebrato il modello misto come il capolavoro della sanità italiana. Poi è arrivata Report e ha ricordato all’assessore che le responsabilità hanno un indirizzo. Allora Bertolaso ha fatto quel che i politici fanno nei momenti difficili: ha ridisegnato la mappa. Il pubblico da una parte. Il privato dall’altra. Io nel mezzo, ovviamente, con la coscienza a posto.
Non funziona così.
La sanità convenzionata non è un satellite del sistema pubblico. È il sistema pubblico. Lo è dal momento in cui accetta il primo paziente con la tessera sanitaria. Lo è quando applica il tariffario regionale. Lo è quando l’ATS bussa alla porta per verificare che i reparti critici non siano stati affidati a chi non sa distinguere una fiala da un’altra.
Dentro o fuori. Non esiste una terza posizione — e trent’anni di politica sanitaria lombarda sono stati, in fondo, il tentativo elegante di abitarla.
Il professore chiede scuse. L’assessore ridisegna i confini. I pazienti aspettano ancora.
Qualcuno, prima o poi, dovrà spiegare loro da che parte stanno.




