di Arrigo Abalti · Febbraio 23, 2026
Manuale veneto di sopravvivenza istituzionale: quando la scadenza diventa un’opinione
Arriva sempre il momento, nella vita di ogni amministratore pubblico, in cui dovrebbe comprendere una cosa semplice: scade il mandato, si saluta, si passa il testimone. Un gesto quasi elegante. In Veneto, invece, la scadenza è diventata un ostacolo tecnico.
Andrea Nardin, attuale presidente della Provincia, si trova davanti a un dettaglio fastidioso: la legge. La norma stabilisce che il presidente sia un sindaco in carica e che non veda scadere il proprio mandato comunale nei 18 mesi successivi alla candidatura. Una regola pensata per garantire coerenza istituzionale e stabilità. Nulla di esoterico. Nulla di punitivo.
Ma il calendario è tiranno. E allora si prova a convincerlo.
Primo tentativo: infilare una deroga nel Milleproroghe, attraverso Fratelli d’Italia. Un emendamento discreto, tra una proroga balneare e un rinvio fiscale. Sembra proprio che non sia andata. Peccato. Secondo tempo: attendere un intervento legislativo successivo, più mirato, più sartoriale. Il celebre — in senso ironico — “Lodo Nardin”. Una norma che nasce non da un’esigenza generale del sistema, ma da una biografia e dal suo calendario. Di questo si sussurra nei corridoio di Palazzo Nievo.
Non è una novità. Un anno fa, su un altro piano ma con la stessa filosofia, Luca Zaia sondava il terreno per superare il limite dei mandati regionali. Anche lì, il confine non era solo giuridico. Era culturale. L’idea che il limite sia un dettaglio tecnico quando incontra la continuità personale.
In Veneto la deroga è diventata un metodo. Se la legge non consente, si aggiusta. Se la norma è rigida, si interpreta. Se la scadenza è scritta, si ricalibra. Non si cambia classe dirigente, si cambia cornice. Non si accetta la fine, si prolunga il presente.
Naturalmente tutto avviene in nome della stabilità. È sempre per senso di responsabilità. Mai per attaccamento alla poltrona. Mai per permanenza. La retorica è impeccabile. La grammatica un po’ meno.
Perché la democrazia vive di limiti. E il limite non è un’offesa personale, è una garanzia collettiva.
Lo spiegava già Montesquieu ne Lo spirito delle leggi:
“Perché non si possa abusare del potere, bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere.”
Il potere che arresta il potere è il principio. Il potere che arresta la scadenza è un’altra cosa.
Il “Lodo Nardin”, in fondo, è una piccola storia locale. Ma racconta una tentazione più grande: considerare il limite non come fondamento della democrazia, ma come inconveniente tecnico.
E quando il limite diventa un fastidio da correggere, non è la norma a essere sbagliata. È l’idea di potere.



