Il Metaverso che cura

di Arrigo Abalti · Giugno 15, 2025

Dal carcere di Nuoro una lezione di futuro per il Veneto: quando la realtà virtuale diventa terapia reale

 

Un medico e un paziente si guardano negli occhi, si parlano, si curano. Niente di straordinario, se non fosse che tra loro ci sono cinquanta chilometri di distanza e un muro di carcere. Succede in Sardegna, nella casa di reclusione Onani-Mamone, dove il progetto Metacare sta riscrivendo le regole dell’assistenza sanitaria attraverso il metaverso. Mentre noi vicentini discutiamo ancora di medici in estinzione e pagelle ai DG, laggiù stanno costruendo il futuro della medicina territoriale.

Il progetto Metacare della Asl di Nuoro non è fantascienza, è realtà aumentata che diventa cura concreta. Un medico e un paziente, separati da cinquanta chilometri di distanza, si incontrano in uno spazio virtuale tridimensionale dove le barriere fisiche scompaiono, ma non l’umanità del rapporto terapeutico. Indossano visori, impugnano joystick, eppure – ed è questo il miracolo della tecnologia ben utilizzata – riescono a instaurare una relazione di cura autentica.

Dovremmo prendere appunti, con grande umiltà e metterci al lavoro. La nostra regione, che pure vanta eccellenze sanitarie riconosciute a livello nazionale, si trova spesso a confrontarsi con le stesse sfide della Sardegna: la carenza di medici, le distanze tra centri urbani e aree periferiche, la necessità di ottimizzare risorse sempre più scarse. Pensiamo ai nostri territori montani, alle valli più lontane del Vicentino dove raggiungere un presidio sanitario può significare ore di viaggio e tanta, troppa, frustrazione.

Il metaverso sanitario non è un gioco di realtà virtuale, è una risposta concreta a problemi concreti. Quando l’ingegnere clinico Eleonora Marchi racconta che il 70% delle visite richieste nel progetto pilota sono state erogate con successo, sta parlando di persone che hanno ricevuto cure altrimenti impossibili. Sta parlando di dignità restituita a chi si trova in condizioni di isolamento forzato.

C’è una lezione profonda in tutto questo, che dovrebbe interessare anche le nostre istituzioni locali. La tecnologia più avanzata non disumanizza le cure, se utilizzata con intelligenza e sensibilità. Al contrario, può restituire umanità là dove le circostanze sembrano negarla. Un paziente psichiatrico che soffre di ansia da carcerazione può trovare in un ambiente virtuale controllato una dimensione terapeutica impossibile da raggiungere altrimenti.

Il Veneto ha le competenze, ha le eccellenze universitarie – da Padova a Verona – ha le aziende tecnologiche innovative. Perché non immaginare un “Metacare veneto” che colleghi i nostri ospedali di eccellenza con le case di riposo delle valli, con i centri di riabilitazione, con le comunità terapeutiche? Perché non sperimentare nella nostra sanità territoriale questi strumenti che potrebbero rivoluzionare l’assistenza domiciliare agli anziani, il follow-up dei pazienti cronici, il supporto psicologico nelle situazioni di fragilità?

La Sardegna ci sta mostrando una strada. Sta dimostrando che l’innovazione tecnologica può essere al servizio dell’equità sanitaria, che un avatar può portare speranza dove prima c’era solo distanza e abbandono. Sta scrivendo il futuro della medicina territoriale mentre noi, forse, siamo ancora troppo impegnati a guardare il passato.

Il metaverso che cura non è un ossimoro, è una promessa che si sta realizzando. E sarebbe davvero un peccato se noi veneti, con la nostra tradizione di innovazione e solidarietà, non cogliessimo questa opportunità di cambiamento.

 

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