di Arrigo Abalti · Agosto 23, 2026
Il polo universitario di viale Margherita, la piscina di Creazzo dove è cresciuto Ceccon, la bretella dell’Albera. Tre opere vicentine e un problema solo: sappiamo inaugurare, non sappiamo tenere aperto
La piscina di Creazzo, dove è cresciuto un ragazzo che poi ha vinto l’oro olimpico è chiusa da un anno. Il Comune ha provato a venderla, e non l’ha voluta nessuno. Allora ha abbassato il prezzo e ci ha riprovato. Non l’ha voluta nessuno lo stesso. Adesso si aspetta settembre per decidere che fare.
Il polo universitario di viale Margherita è stato inaugurato nel 2011. Prima ha avuto bisogno di rifare la copertura, perché entrava acqua. Adesso vanno cambiati anche i rivestimenti in pietra. Due milioni, per un edificio che ha l’età di un ragazzo delle medie.
E poi c’è la bretella dell’Albera, dove i lavori sono fermi dal giugno di tre anni fa, e dove nei giorni scorsi un’auto ha portato via il guardrail.
Prese una per una, non sono notizie. Un bando deserto capita, un tetto si ripara, un cantiere si blocca. Messe in fila nello stesso giorno, invece, disegnano qualcosa che non è un caso. In ogni opera pubblica arriva un momento preciso in cui la fotografia è già stata scattata. C’è il nastro, ci sono le autorità in seconda fila, c’è il fotografo che chiede di stringersi un po’. Da lì in avanti comincia la parte lunga, quella in cui non viene più nessuno: la grondaia da controllare, la caldaia da sostituire, il contratto di gestione da rinnovare prima che scada e non dopo.
Il nastro ha una data, un invito e un comunicato. La grondaia ha soltanto un preventivo.
Il paradosso è tutto qui: non ci mancano le opere. Ci mancano le opere aperte. Abbiamo un patrimonio pubblico costruito in anni in cui i soldi c’erano, e un presente in cui quel patrimonio chiede il conto tutto insieme, sotto forma di emergenze che nessuno aveva messo a bilancio. Sia chiaro: qualcuno la manutenzione la fa. In viale Margherita i lavori sul tetto sono partiti e dovrebbero finire per l’inizio dell’anno accademico, e la Provincia ci mette la sua parte da proprietaria. Il punto non è l’inerzia di questo o quell’ente. Il punto è che la manutenzione arriva quasi sempre come sorpresa, mai come programma. Si interviene quando qualcosa cade, non quando qualcosa invecchia.
È una differenza che sembra contabile e invece è culturale. Perché una cosa che invecchia non fa notizia, non ha un assessore che ci mette la faccia e non entra in nessun programma elettorale. Le opere si promettono; la loro vecchiaia, no.
Così una piscina resta ferma un anno intero, e quando finalmente la si mette sul mercato vale meno di quanto varrebbe se qualcuno ci avesse nuotato dentro fino al mese prima. Un edificio universitario di quindici anni chiede due milioni che nessuno aveva accantonato. Una bretella diventa un pezzo di strada su cui la gente continua a passare, ma non finito.
E intanto continuiamo a discutere di ciò che va costruito, come se il problema fosse la mancanza di cantieri e non la sorte di quelli chiusi.
Perché il nastro si taglia una volta sola, e la grondaia va guardata ogni autunno. Un territorio che sa fare bene soltanto la prima delle due cose non è un territorio che costruisce: è un territorio che si ferma un attimo dopo aver cominciato, convinto che la parte difficile sia già passata.



