di Arrigo Abalti · Aprile 14, 2025
Tra influencer, politica e riservisti non si fanno emergere le nuove generazioni. Che esistono eccome
C’è una tentazione diffusa nel centrosinistra veneto, e sta diventando una patologia: quella di confondere la popolarità con il consenso, la notorietà con la leadership, la competenza tecnica con la visione politica. Il pensiero debole che ha sedotto anche la sinistra veneta in cerca d’autore. È questo il filo rosso che tiene insieme i nomi che il Partito Democratico sta vagliando per la candidatura alla presidenza della Regione: Antonella Viola, Andrea Crisanti, Sergio Giordani, Achille Variati.
I primi due sono scienziati che hanno guadagnato visibilità durante la pandemia. Salvo poi passare il resto del tempo a provare a mantenerla, Viola reinventandosi come divulgatrice su diete e salute, Crisanti incassando un seggio in Parlamento per i dem, ma anche una figuraccia sulla vicenda dei tamponi che ha assolto sia Roberto Rigoli che Patrizia Simionato con Crisanti grande accusatore smentito dai giudici.
Segnali che suggeriscono, in particolare per Crisanti, che la politica non è un talk show e amministrare non è come spiegare il virologese in prima serata. Il consenso non si costruisce con l’esposizione mediatica, ma con la conoscenza dei territori, la capacità di coalizione, la gestione del potere. Viola e Crisanti sono stimati nei loro ambiti, ma privi di qualsiasi radicamento politico, esperienza amministrativa, visione strategica per un Veneto post-Zaia.
Altro discorso per Giordani e Variati. Il primo è sindaco in carica a Padova, col suo secondo mandato che ha da poco fatto il giro di boa. Potrebbe avere il profilo giusto, ma manca la volontà o forse il coraggio. Il secondo, Variati, è il grande ex: solido, esperto, ma anagraficamente la sensazione è che sia fuori tempo massimo. Sarebbe una candidatura da trincea, non da sfida. E l’ammissione di non avere candidati spendibili dopo la generazione dei boomers.
Il problema è, infatti, proprio questo. Se il PD veneto deve ricorrere a profili esterni, scientifici, istituzionali o del passato, è perché non ha prodotto una nuova generazione di leader. O almeno così sembra. In realtà quanti sono i sindaci, gli amministratori locali del PD che avrebbero le carte in regola per giocarsela, ma che non hanno un profilo da influencer? Perché non vengono messi in campo? Perché, forse, manca una regia politica, manca il coraggio della scelta. E senza il coraggio, si è condannati alla sconfitta prima ancora di iniziare. Una prassi che in passato aveva generato almeno l’illusione di un partito democratico, ma democratico veramente, era quella delle Primarie. Un momento di partecipazione dal basso che consentiva al popolo dem, e non solo, di scegliersi il candidato. Poi la situazione probabilmente è sfuggita di mano, ci sono stati candidati che hanno vinto a sorpresa spiazzando i sacerdoti del tempio che avevano stabilito a tavolino come doveva andare, ci sono state ferite e divisioni successive che hanno generato conflitti mai più davvero risolti. E allora meglio evitare il contrasto e scegliere tra l’usato sicuro o la faccia televisiva.
Ma il Centrodestra non si batte con il nome giusto, ma con la squadra giusta, il progetto giusto, il tempo giusto. E se il PD continua a cercare “volti” invece di “visioni”, il rischio non è solo perdere le elezioni. È legittimare l’idea che in Veneto il centrosinistra non abbia più nulla da dire. E allora la sconfitta non sarà un incidente: sarà una resa senza neanche il punto della bandiera.



