Riflettere fa bene, anche se è tardi, ma qual è l’obiettivo della Curia?

di Arrigo Abalti · Aprile 13, 2025

I dubbi sul risveglio della Curia sul dossier Alta Velocità

 

La scena è emblematica: una sala gremita al centro diocesano Onisto, esperti che parlano di vigilanza e controllo sui cantieri TAV, medici che lanciano allarmi sulla salute. Tutto lodevole, se non fosse per una domanda che aleggia nell’aria come le polveri sottili che tanto preoccupano i relatori: dov’era la Curia vicentina quando le decisioni venivano prese?

Il seminario “TAV attraversa Vicenza” rappresenta plasticamente il ritardo con cui la Diocesi si accosta a un tema cruciale per il territorio. Mentre il sindaco Achille Variati e i vertici delle categorie economiche dell’epoca, con Confindustria in prima fila, disegnavano il futuro infrastrutturale della città, la voce della Chiesa locale era assente dal dibattito pubblico. O quantomeno nascosta. Un silenzio assordante che solo ora, a giochi fatti, si trasforma in preoccupazione. E, in teoria, stiamo parlando della stessa Curia, pur se con vescovi diversi, Beniamino Pizziol prima, Giuliano Brugnotto ora. Quindi è il cambio di guida della Curia a determinare questa svolta?

Il climatologo Mercalli, i medici dell’Isde, don Matteo Zorzanello possono anche proporre soluzioni illuminate, ma rimane la sensazione di assistere a un’operazione tardiva. “Non si vuole opporsi ai progetti ormai approvati”, dichiarano prudentemente gli organizzatori. E ci mancherebbe altro: ormai la TAV è un treno in corsa che nessun “numero verde comunale” potrà fermare.

La richiesta di “vigilanza e controllo” appare come un tentativo di recuperare credibilità su un dossier dove la Curia ha brillato per la sua assenza. Se davvero l’infrastruttura rappresenta “una tempesta perfetta” di rischi ambientali e sanitari, come sostiene il dottor Giaretta, perché non alzare la voce quando c’era ancora margine per influenzare le scelte?

Le parole di Mercalli sul consumo di suolo e sul rischio idrogeologico, le preoccupazioni per PM10, CO2 e tumori, arrivano quando le decisioni strategiche sono state già prese. E così il “numero verde” proposto diventa il simbolo di un’azione di facciata, un palliativo che non potrà incidere sulla sostanza.

E la vera domanda torna: perché la diocesi ha atteso tanto per interessarsi alla questione? Forse perché all’epoca le categorie economiche – spesso vicine anche agli ambienti cattolici – spingevano con decisione per l’opera? O forse perché la conflittualità non rientrava nei piani pastorali? O ancora perchè il sindaco Variati aveva convinto la Curia sulla bontà dell’operazione?

Qualunque sia la risposta, l’impressione è quella di un’occasione mancata. Una Chiesa locale che riscopre la sua voce quando il dibattito è ormai chiuso, quando può limitarsi a chiedere controlli senza mettere in discussione scelte strategiche già cristallizzate, non aumenta la sua autorevolezza, la perde.

I “cantieri che vanno controllati” di cui parla Mercalli sono certamente importanti. Ma ancora più importante sarebbe stata una presenza attiva quando quei cantieri erano ancora sulla carta, quando le decisioni del sindaco Variati e delle categorie economiche potevano essere orientate verso soluzioni più sostenibili.

Questo risveglio tardivo della curia sull’Alta Velocità somiglia troppo a una conversione di convenienza. Anche se non si comprende quale. Una conversione che rischia di rimanere sterile come quegli alberi di grandi dimensioni che, secondo i relatori, potrebbero contrastare l’inquinamento. Alberi che, probabilmente, non avranno il tempo di crescere prima che il treno della TAV vicentina sia già passato. Irreversibilmente.​​​​​​​​​​​​​​​​

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