di Arrigo Abalti · Febbraio 3, 2026
L’egemonia culturale? Roba da nonni. Meglio l’egemonia al contrario: vedi qualcosa di qualcun altro e provi a prenderlo pure tu
Ella, cioè Elly, vuole riprendersi Tolkien. L’annuncio è stato accolto al Nazareno con un fermento che non si vedeva dai tempi in cui scoprirono che anche loro potevano twittare. La segretaria del Pd ha deciso che la Terra di Mezzo, dopo decenni di occupazione meloniana, va liberata. Bisogna toglierla alla destra. Restituirla al popolo. O almeno al campo largo, che è la stessa cosa, solo con più correnti.
Resta da capire quando, esattamente, la sinistra italiana avrebbe posseduto Tolkien. E soprattutto: come lo avrebbe smarrito? Se lo sono lasciato in treno, come un ombrello Camper? Lo hanno prestato a qualcuno che poi non lo ha restituito, secondo la deplorevole usanza di chi prende in prestito i libri per non leggerli mai? Oppure c’è stata una vera cessione, magari per far quadrare i conti di qualche federazione, con tanto di rogito notarile: “Il Pd aliena i diritti sulla Terra di Mezzo in cambio di una fornitura di gazebo per le primarie”?
Il lettore familiarizzato con i classici meccanismi dell’egemonia culturale ricorderà che il procedimento tradizionale prevedeva alcuni passaggi: concepivi un’idea, la articolavi in un corpus teorico, la diffondevi attraverso intellettuali organici, e le masse venivano a te. Con calma, certo. Ma venivano. Con Schlein, la sinistra italiana ha perfezionato una variante più agile: l’egemonia al contrario. Vedi qualcosa di qualcun altro e provi a prenderlo pure tu. È lo stesso principio che ha guidato il Pd dalla Flotilla fino ad Askatasuna, passando per Ferragni intellettuale organica e Fedez cantore de sinistra.
Ora, chi frequenta le assemblee del Pd sa che vi si odono molte cose. Autocritiche che durano più della trilogia estesa del Signore degli Anelli con regia di Peter Jackson (settecentoventisei minuti, pause comprese). Applausi che scoppiano nei momenti sbagliati. Qualcuno che chiede la parola per fatto personale mentre altri chiedono dov’è il bagno. Ma “riprenderci Tolkien” è, oggettivamente, una novità. Si apre così uno scenario che farebbe la gioia di qualsiasi analista politico con un minimo di senso dell’umorismo.
Perché se il Pd si butta su Tolkien, quali saranno i prossimi passi? “Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli”, diceva Sauron. Uno per l’ex governatore Emiliano, uno per Guerini, uno per Gentiloni? O forse vedremo Bettini che vaga per i corridoi del Nazareno mormorando “il mio tessssoro” stringendo al petto l’ultima tessera del partito?
La segretaria, comunque, ha le idee chiare. Pare abbia già ordinato una copia del Silmarillion e un dizionario elfico. I maligni sostengono che voglia imparare il Quenya per poter finalmente esprimersi in una lingua che gli elettori non capiscono. Ma questo, in effetti, già succede.
Il guaio vero con Tolkien è che la Terra di Mezzo, a un esame appena più attento, presenta alcune spigolosità. C’è una monarchia che tutti attendono con trepidazione. C’è un re che torna, e nessuno convoca un congresso per discuterne. Niente primarie per Aragorn. E la Contea, dove gli Hobbit vivono la loro esistenza ideale, è una comunità rurale, autarchica, diffidente verso gli stranieri, profondamente conservatrice. Gli Hobbit non vogliono cambiare nulla. Mai. Il massimo dell’eccitazione sociale è discutere se quest’anno le patate siano venute meglio dell’anno scorso. In pratica, un feudo leghista con i piedi pelosi.
O forse – ed è quello che ci deve aver visto Schlein con la consueta sagacia – la Contea è una Ztl: un feudo ciclabile con la patata a chilometro zero e l’opposizione preventiva a qualsiasi referendum che puzzi di populismo. Sospettiamo tuttavia che la segretaria, nel formulare la sua rivendicazione, pensasse soprattutto all’erba pipa. Quella sostanza mai del tutto chiarita che Gandalf e i Mezzuomini assumono in continuazione, producendo anelli di fumo a forma di veliero e prendendo quell’aria contemplativa che, in contesti diversi dalla Terra di Mezzo, è associata a precise scelte ricreative. Così inquadrata, la mossa acquista senso. Certe assemblee di partito, senza un minimo di supporto atmosferico, risultano francamente inaffrontabili.
Eppure c’è chi sostiene che l’operazione Tolkien sia in realtà una manovra diversiva, in attesa di rivendicazioni più audaci. Si parla già di “riprenderci Harry Potter”, “riprenderci i Marvel”, e per i più ambiziosi anche “riprenderci Sanremo”. Ma forse stiamo sottovalutando la profondità strategica dell’operazione. Probabilmente Schlein ha letto attentamente l’opera di Tolkien e vi ha trovato la chiave per la rinascita del centrosinistra.
D’altra parte, se ci pensate bene, Il Signore degli Anelli racconta la storia di una compagnia eterogenea e litigiosa, composta da rappresentanti di popoli che si detestano, uniti soltanto dalla necessità di distruggere un oggetto di potere prima che cada nelle mani sbagliate. Se non è una metafora del campo largo, poco ci manca. Un viaggio lungo, irto di pericoli, costellato di tradimenti, di scissioni, di “secondo me dovevamo andare di là”. Con la differenza che nella saga di Tolkien, alla fine, l’anello viene distrutto. Nel campo largo, invece, l’anello è il potere che tutti vogliono, nessuno vuole cedere, e che probabilmente finirà nelle mani sbagliate comunque. Cioè quelle di Conte, che già si è comprato l’edizione illustrata e ha sottolineato la parte su Gollum.



