Il domino della Lega

di Redazione · Febbraio 14, 2026

Con le suppletive si riorganizzano equilibri, pesi e contrappesi 

La Lega firma l’Autonomia e contemporaneamente ridisegna i suoi piani con mano centrale. Le suppletive venete – necessarie dopo l’elezione di Alberto Stefani alla presidenza della Regione e il passaggio di Massimo Bitonci in giunta – sono diventate molto più di un passaggio tecnico. Sono un termometro.

Primo dato: il consiglio direttivo veneto ha accolto la richiesta di via Bellerio di candidare Alberto Di Rubba. Il tesoriere federale. Un nome che non nasce nei municipi della Pedemontana né nelle sezioni della Bassa, ma nella struttura nazionale. È un messaggio chiaro: la linea sulle candidature strategiche passa dal centro.

Secondo dato: il partito in Veneto non celebra congressi. Nessuna corsa alla segreteria regionale, nessuna conta pubblica. La guida resta affidata ai reggenti, il consigliere Riccardo Barbisan e l’europarlamentare Paolo Borchia. Una reggenza che è molto più di una soluzione transitoria. È un congelamento politico. Significa tenere in stand-by la macchina congressuale, evitare scosse, presidiare il territorio senza aprire partite interne. In altre parole: controllo.

Terzo dato: il sottosegretariato che era stato di Massimo Bitonci fino a novembre,  è ancora in attesa di destinazione. Qui si gioca una partita simbolica. La vicentina Mara Bizzotto viene indicata come opzione naturale: esperienza europea, radicamento territoriale, fedeltà storica. Sarebbe la scelta coerente se si volesse ribadire il peso veneto nel governo mentre si parla di devoluzione di competenze.

Ma le voci raccontano altro. Un parlamentare non veneto. Qualcuno sussurra addirittura un nome del Sud, per riequilibrare la geografia interna della Lega nazionale. Legittimo, politicamente. Ma rivelatore: mentre si proclama l’Autonomia, il Veneto rischia di non vedersi riconosciuto un posto nei gangli esecutivi.

Nel frattempo Salvini accelera sulle prime quattro intese – protezione civile, professioni, previdenza complementare, tutela della salute – e frena sulle investiture interne. La vicepresidenza federale evocata per Luca Zaia resta sospesa. Le candidature parlamentari vengono orientate dal centro. Il congresso regionale non si celebra. La reggenza Barbisan-Borchia garantisce disciplina e silenzio.

Il paradosso è evidente: la Lega che rivendica l’autogoverno dei territori pratica un centralismo interno molto rigoroso. Il Veneto resta la cassaforte elettorale, il laboratorio amministrativo, il simbolo storico. Ma sulle nomine decisive la partita si gioca altrove.

Le suppletive diranno chi entrerà a Montecitorio. La scelta del sottosegretario dirà quanto pesa davvero il Veneto nella nuova stagione leghista. E la permanenza dei reggenti dirà se il partito intende aprire una fase nuova o prolungare l’equilibrio controllato.

L’Autonomia, insomma, non è solo una riforma costituzionale. È una prova di coerenza interna. E oggi la domanda non è se il Veneto avrà più competenze. La domanda è se avrà più voce.

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