di Arrigo Abalti · Novembre 6, 2024
Una sconfitta politica si verifica quando si perde. E può accadere, nel contesto democratico dell’alternanza. La sconfitta diventa storica quando si perde perché ci si è smarriti. Come identità politica, radicamento sociale, connessione emotiva con il popolo.
È questo che racconta la disfatta dei democratici nel referendum su Donald Trump. In termini numerici, peggiore di quella di Hillary Clinton, che aveva prevalso nel voto popolare ma perso per un margine ristretto negli stati chiave. E il problema va oltre gli errori tattici, pur significativi, dei democratici: la tardiva scelta di sostituire Joe Biden, un’investitura dall’alto invece che tramite primarie (proprio per il ritardo), le divisioni su Kamala Harris, i limiti della candidata.
La questione è più profonda e riflette un disarmo culturale di fronte all’uomo che meglio incarna lo spirito del nostro tempo. La campagna elettorale ha solo manifestato superficialmente questo disarmo, essendo condotta esattamente come otto anni fa, sotto il segno del pericolo democratico. Anche con qualche buona ragione, ma senza riuscire ad andare oltre i confini della propria base elettorale, affrontando le ragioni per cui Trump rimane radicato nella società americana, che non è certo composta da 70 milioni di malintenzionati.
E poi le star di Hollywood, perfetto simbolo del politicamente corretto dei miliardari, che ripropongono la narrativa dell’élite contro il popolo, sebbene Trump sia lui stesso un miliardario e goda del supporto di grandi corporazioni.
La mappa elettorale riflette la crisi della sinistra, resa più evidente dal fatto che non è una novità sin dai tempi della Brexit e della prima vittoria di Trump, contrariamente alle previsioni di chi sosteneva che “il Covid ha distrutto il populismo.” Trump è stato votato in massa dal “forgotten man” del Midwest, l’uomo bianco dimenticato e colpito dalla globalizzazione e dall’aumento dei prezzi. È stato votato anche dagli arabi americani “perché Trump è l’unico capace di dialogare con Netanyahu per fermare la guerra a Gaza.” E anche le minoranze, con un aumento di sostegno tra ispanici e afroamericani, che, vivendo nelle aree più degradate delle città, vedono l’immigrazione come una minaccia.
Come accade a tutte le sinistre da molti anni, i democratici sono stati travolti su temi come il costo della vita e l’immigrazione, nelle varie periferie geografiche ed esistenziali. E sulla guerra, che amplifica entrambi i problemi, nel senso di “pensiamo prima a casa nostra.”
La campana americana suona quindi per tutti i progressisti, anche al di fuori degli Stati Uniti, anche dalle nostre parti, in Italia, nel Veneto, e perfino a Vicenza, rivelando un’estrema fragilità in questa fase di rivolta, ignorata in fretta dopo Capitol Hill, sebbene i dati raccontassero la sua persistenza: la crisi dell’ordine mondiale multipolare, l’ascesa di autocrati, la rottura della globalizzazione con le guerre e l’emergere di nuove disuguaglianze, la crisi dell’Europa e dei partiti del vecchio patto sociale socialdemocratico, il culto degli uomini forti e delle economie chiuse. Il bisogno di sicurezza e le paure sociali.
Joe Biden non ha governato male. La sua politica economica, la cosiddetta “Bidenomics,” ha generato una crescita senza precedenti in termini di investimenti e occupazione: il piano di aiuti post-Covid, l’Infrastructure Act, il Chips Act sulla tecnologia e l’Inflation Reduction Act. Ma se si vincesse con il Pil o con le statistiche, non vedremmo l’estrema destra crescere in Svezia o Finlandia, Mario Draghi non sarebbe caduto nell’oblio, e Pedro Sanchez non correrebbe in Africa per siglare accordi contro l’immigrazione.
L’insicurezza è un sentimento: se perdi il lavoro o vedi degrado nel tuo quartiere, le statistiche non bastano. La sicurezza, economica, fisica, esistenziale, è il terreno di sfida dei populisti, che prosperano alimentando un racconto protezionistico e securitario. Se non si risponde a questo bisogno di sicurezza, si perde perché si appare distanti dal senso comune. E lo si dovrebbe fare con equilibrio tanto da destra quanto da sinistra. Invece Kamala Harris, dopo aver gestito male il tema come vice di Biden, in piena ansia elettorale ha iniziato ad imitare Trump, riprendendone le parole d’ordine (“Difesa dei confini”, “Se qualcuno entra in casa mia, sparo”). Del resto fino a poco tempo fa anche il nostro Partito Democratico si era scoperto, almeno in Veneto, perfino autonomista. Con il risultato di regalare a Zaia una fetta del suo 70% nel 2020. Per la serie diffidare dalle imitazioni salvo regalare voti all’avversario.
Così come Olaf Scholz, in preda alla stessa ansia, spedisce i profughi nelle mani dei talebani.
È sempre lo stesso copione, e porta sempre allo stesso risultato.



