Il turismo, l’anima e l’acronimo

di Arrigo Abalti · Maggio 10, 2026

Nasce una nuova realtà a Vicenza sul turismo, e Vicenzaè va in soffitta

 

Arriva sempre il giorno in cui la poesia deve cedere il passo alla prosa, o peggio, a un acronimo. A Vicenza quel giorno è arrivato con la nascita di Vicenza Turismo e Cultura Scarl e della sua gemella in doppiopetto, Turismo Business Vicenza. Due entità nuove di zecca che mandano definitivamente in soffitta lo storico consorzio Vicenzaè. Un cambio di nome che assomiglia a un cambio di pelle, la transizione definitiva da un turismo fatto di intuizioni artigianali a uno industriale, strutturato, manageriale. Questo, almeno, sulla carta.

L’operazione, benedetta dall’amministrazione comunale, ha un obiettivo che non si può non condividere: trasformare la città del Palladio in un hub internazionale, agganciando il treno dorato del turismo d’affari grazie all’alleanza con un colosso delle fiere come Italian Exhibition Group. Che però ha il quartier generale a Rimini. Non a Vicenza.

Sulla carta, è la mossa giusta. La nuova società in house promette di snellire la burocrazia, saltare le gare d’appalto e portare in dote quel know-how (parola magica che apre tutte le porte) necessario per competere nel mondo globale. E poi c’è il digitale, il rebranding, la piattaforma unitaria per il sito Unesco. Tutto molto moderno, tutto molto efficiente.

Eppure, dietro la facciata scintillante dell’efficienza, si nasconde un’incognita. Il rischio, quando si punta tutto sulla “macchina degli eventi”, è che l’identità più intima di un territorio venga fagocitata. Che Vicenza diventi un polo fieristico diffuso, perfetto per i manager in giacca e cravatta, ma un po’ più freddo per chi cerca l’anima dei luoghi. E poi c’è la politica, eterna variabile impazzita: una società a trazione pubblica dovrà dimostrare di non trasformarsi nel solito carrozzone, mantenendo l’agilità promessa senza farsi imbrigliare dalle logiche di palazzo.

Ma in questa storia di acronimi e business plan c’è un’assenza che fa rumore. È quella di Vladimiro Riva, scomparso due anni fa proprio in questo periodo. Riva non era solo il fondatore di Vicenzaè, ne era l’anima e il cervello. Per trent’anni è stato il padre nobile del turismo vicentino, l’uomo che si batteva per l’Unesco e inventava feste popolari con la stessa inesauribile energia.

Viene da chiedersi cosa penserebbe Vladi di questa rivoluzione. Da uomo intelligente e pragmatico, probabilmente ne capirebbe la necessità. Avrebbe compreso che il mondo corre veloce e che per stare al passo servono alleanze forti e spalle larghe. Ma è difficile non immaginare un suo sorriso malinconico nel vedere il “suo” Vicenzaè — un nome caldo, accogliente, che sapeva di casa — sostituito da una sigla istituzionale. Riva aveva costruito un turismo fatto di relazioni umane, di orgoglio cittadino, di passione viscerale. La nuova Scarl eredita i suoi dipendenti e i suoi contatti, ma la vera sfida sarà ereditarne il fuoco, e soprattutto le idee brillanti – e siamo sicuri che anche su questo progetto, il suo tocco avrebbe fatto la differenza. Perché le destinazioni si possono vendere con le strategie di marketing, ma si fanno amare solo se conservano un’anima. E l’anima, per fortuna o purtroppo, non si può mettere a bilancio.

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