Lo squillo incondizionato

di Arrigo Abalti · Maggio 10, 2026

Stamattina il pollice mi ha tradito. Stavo aspettando il caffè, la mente ancora sospesa tra il sonno e il giorno, e la mano è andata da sola sul telefono, ha cercato la “M” in rubrica, si è fermata su “Mamma”. Un millimetro dal verde della chiamata. Poi il cervello ha raggiunto la mano e le ha detto: no. Non più.

È successo di nuovo. Come succede ogni volta che accade qualcosa di bello, o di brutto, o semplicemente di strano. Come succede ogni domenica di maggio da un anno a questa parte.

Il lutto non è un taglio netto. È un’amputazione fantasma. Ti manca un arto, ma continui a sentirne il prurito. E io continuo a sentire il prurito di quella telefonata quotidiana, la nostra liturgia laica, il rito che non aveva bisogno di un’occasione per compiersi. Non ci scambiavamo quasi mai i massimi sistemi, ma la cronaca spicciola delle nostre esistenze. “Hai mangiato?”, “Mettiti la giacca che tira vento”. Domande che sembravano invadenze e che invece erano ancore. Quel trillo quotidiano era il mio diapason: mi accordava con il mondo. Sapevo che, per quanto la giornata potesse avermi ammaccato, c’era una voce dall’altra parte del filo pronta a rimettere insieme i miei pezzi con la colla invisibile di un ascolto assoluto.

Poi, un anno fa, la linea è caduta per sempre. E ti ritrovi adulto, orfano e disarmato, a fissare un display muto. Ti dicono che il tempo lenisce, che smussa gli spigoli. Mentono. Il tempo non cancella il dolore, ti insegna solo a fargli spazio in casa. Ti abitua a convivere con l’impulso irrazionale di comporre un numero che ormai squillerebbe nel vuoto.

Eppure, in questa domenica in cui il mondo celebra le madri con la retorica dei cioccolatini, ho compreso una verità sottile. Se l’istinto di chiamarla mi assale ancora con questa prepotenza, non è perché il mio cervello si rifiuta di accettare la realtà. È perché lei ha semplicemente cambiato domicilio. Non abita più dall’altra parte di una rete cellulare, ma si è trasferita nell’unico posto dove la morte non ha giurisdizione.

È diventata la voce della mia coscienza quando esito, la pazienza improvvisa che mi sorprende quando vorrei urlare, il modo esatto in cui mi stropiccio gli occhi quando sono stanco. Non ho più bisogno di comporre quel numero, perché ha risposto prima ancora che io lo pensassi.

Oggi non comprerò fiori e non fisserò il telefono. Ma le parlerò lo stesso. Perché le madri, anche quando diventano invisibili, mantengono intatto il loro superpotere: non riattaccano mai per prime.

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