di Arrigo Abalti · Ottobre 4, 2025
All’assemblea congiunta di Confindustria Vicenza e Verona, Barbara Beltrame Giacomello e Giuseppe Riello invocano meno parole e più strategie. Ma se la politica deve smettere di promettere, l’impresa deve ricominciare a proporre
Ci sono mattine in cui il Nordest torna Nordest. Quello vero: con la voce di chi produce, esporta, inventa e – per l’ennesima volta – deve ricordare alla politica che l’Italia non si governa a colpi di bonus né di parole vuote. A Gambellara, tra pompe e acciaio, Barbara Beltrame Giacomello e Giuseppe Riello hanno rimesso le cose al loro posto: le fabbriche al centro, i palazzi ai margini.
«Il Veneto non è terra di conquista» ha esordito Beltrame, e a qualcuno, tra i politici in platea, dev’essere scappato un colpo di tosse. Perché non è solo una frase: è una dichiarazione d’indipendenza, una diffida formale al centralismo che promette piani industriali come fossero sconti al supermercato.
Già, il “piano 5.0”. Doveva essere la rivoluzione verde, è stato – parole sue – “un flop”. I numeri, in effetti, parlano da soli: sei miliardi stanziati, meno di uno richiesto. Quando le norme sono scritte da chi non è connesso al capannone, succede questo: l’innovazione resta al ministero e la transizione ecologica si ferma al primo modulo online.
Poi, però, è arrivato il momento del debutto vero di Beltrame Giacomello. E qui la scena si è fatta più fragile. Nell’intervista condotta in apertura da Luca Ancetti insieme a Giuseppe Riello, la neopresidente ha chiesto alla politica “programmazione e strategie”, ma senza spiegare quali siano le sue. Niente visione per il futuro della categoria, nessuna traccia di una linea chiara per Confindustria Vicenza. Eravamo abituati a presidenti che alla prima assemblea disegnavano la rotta, illustravano un piano, indicavano una direzione. Beltrame non lo ha fatto. Ma lo ha preteso dalla politica e questo non depone a favore della sua autorevolezza.
Durante il dialogo con Riello ha letto più volte dagli appunti, apparendo incerta, a tratti scontata, mettendo insieme l’elenco degli stereotipi sulla politica economica vista da piazza Castello. Non è una bocciatura – troppo presto per giudicare – ma la sensazione, palpabile tra gli industriali in sala, è che non abbia ancora trovato la voce giusta per rappresentare un territorio che da sempre parla a voce alta. Rimandata, dunque, ma solo a settembre: tempo per crescere e studiare ce n’è.
A fare da contraltare, Riello – veronese, diretto, senza fronzoli – ha invece dominato la scena con sicurezza e tono da solista. Ha parlato di natalità, infrastrutture, occupazione femminile. Ha ricordato che non bastano bonus ma servono politiche strutturali. In un duetto pensato per essere equilibrato, lui ha cantato, lei ha fatto il coro.
Poi è arrivato Zaia, il governatore-brand, a ricordare che anche il vino rischia il dazio dell’assurdo: +15% negli Stati Uniti, e il “made in Italy” che diventa un lusso importato.
Adolfo Urso, che arriva all’ultimo momento dopo il forfait di Giancarlo Giorgetti, il ministro che campeggiava nei titoli dell’invito, avrebbe dovuto compensare l’assenza del collega, ma l’intervista sul palco gestita non benissimo dalla giornalista Rai Laura Chimenti, è diventata – commenta un imprenditore – “un monologo sulle virtù del Governo Meloni”. Mezzo flop nonostante l’impegno di Urso che avrebbe dovuto mettere la proverbiale pezza allo strappo.
E infine il presidente nazionale Emanuele Orsini, che ha chiuso la giornata con una frase che suona come un programma politico, sia pure ammantata di velluto: «Le incertezze si combattono con le certezze». Tre anni di visione, ha detto Orsini, non tre decreti d’urgenza. Perché per fare un investimento in Italia ci vogliono tre anni, e la politica – che pensa a tre mesi – non può più permetterselo. Le imprese chiedono di sapere dove andare, non chi vincerà le elezioni.
Ma qui sta il punto: non basta chiedere alla politica di programmare, se anche l’impresa smette di pensare in grande. Se il Veneto industriale – locomotiva del Paese – si riduce a chiedere meno tasse e più incentivi, allora il rischio è di restare fermi alla stazione del vittimismo. E il vittimismo, si sa, non produce Pil.
La politica ha le sue colpe, certo: burocrazia, ritardi, mancanza di visione. Ma anche la classe imprenditoriale veneta deve ritrovare l’ambizione di negoziare l’agenda, non solo di lamentarsi per non essere ascoltata. E un’agenda, se c’è, la deve tirar fuori con autorevolezza e competenza, non con gli stereotipi. Serve più coraggio e meno prudenza, più proposta e meno lamentazione.
Perché se il Veneto non è terra di conquista, non deve neppure diventare terra di rinuncia. E se davvero “le incertezze si combattono con le certezze”, allora qualcuno deve iniziare a costruirle. Magari proprio da Gambellara, dove – tra pompe e acciaio – si è ricordato che le parole servono, ma solo se qualcuno le trasforma in piani.
Nel Paese dei bonus e dei proclami, il Veneto resta l’ultimo posto dove si lavora in silenzio. Ma lavorare, da solo, non basta più. Ora serve pensare.



