di Arrigo Abalti · Ottobre 3, 2025
Il Veneto della politica al contrario, dove la scelta del Presidente può aspettare
La scena è già un editoriale: a Vicenza Fratelli d’Italia si fa la foto delle liste, sorrisi e pacche sulle spalle. E il presidente? Non pervenuto. Non serve. È diventato un optional, una voce a margine del bilancio politico. Prima le liste, poi – forse – il capo.
FdI ha blindato i suoi con chirurgica precisione: Rucco, Formaggio, Berlato, Gonzo, Nardin, Sperotto, Pavan, Zanini, Sottoriva. Tutti dentro, tranne una grande assente: Elena Donazzan. La storica assessora che ha trascorso 24 anni in Regione e che aveva dichiarato la sua disponibilità esattamente come Berlato, non c’è. Perché? Ha rinunciato lei o hanno preferito lui? Lo sapremo solo vivendo, rimane che la sua presenza avrebbe reso la lista ancora più forte.
Intanto la Lega si aggrappa al solito mantra: Zaia. Si spera ancora nel suo tocco magico, ma intorno a Zaia si parla sempre meno. E soprattutto si parla troppo poco di Alberto Stefani: un indizio curioso, che racconta più silenzi che parole.
In questo schema capovolto, il presidente conta meno dei pacchetti di preferenze. FdI punta a mostrare muscoli, la Lega difende i confini, la Forza Italia di Flavio Tosi cerca il sorpasso sul Carroccio come ha già fatto nelle Marche e come probabilmente accadrà in Calabria. È un mercato di voti personali, un congresso permanente del Centrodestra truccato da campagna elettorale.
La verità è che oggi in Veneto non si sceglie chi guiderà la Regione. Si sceglie chi controllerà la maggioranza il giorno dopo. E il governatore, chiunque sia, arriverà come un amministratore condominiale: chiamato a firmare i verbali già scritti da altri.
Il Veneto non vuole un presidente: cerca un notaio.



