Il Veneto e il gioco degli specchi rotti a destra

di Arrigo Abalti · Agosto 12, 2025

La lista personale del governatore uscente divide la coalizione. Meloni pensa all’Ucraina, Zaia al dopo-Zaia. Per il bene della coalizione

 

Mentre Giorgia Meloni tiene l’occhio puntato sui vertici Trump-Putin, il centrodestra veneto si sta trasformando in una commedia dell’arte dove tutti recitano ma nessuno conosce il copione.

Il “caos calmo” di cui parla qualche big – citazione colta che fa sempre il suo effetto nei salotti romani – nasconde in realtà una guerra di posizione che sa tanto di resa dei conti rinviata. Perché quando Luca Zaia annuncia la sua lista personale alle regionali venete, spacciandola per “valore aggiunto”, in realtà sta mandando un messaggio chiarissimo agli alleati: “Cari amici, qui comando ancora io, e se volete vincere dovrete passare dal mio benestare”.

Ma la perla più squisita arriva quando il Doge leghista si premura di specificare che “la mia lista non è un atto di narcisismo o megalomania”. Excusatio non petita, accusatio manifesta, verrebbe da dire citando i latini. Quando un politico sente il bisogno di chiarire che non è megalomane, generalmente è esattamente quello che è. È come quando qualcuno esordisce con “non sono razzista, però…”: il “però” svela sempre tutto.

La mossa del Doge leghista è di una scaltrezza politica sopraffina. Impossibilitato a ricandidarsi per il limite del terzo mandato – benedetto vincolo che almeno in teoria dovrebbe garantire il ricambio democratico – Zaia si inventa il ruolo del kingmaker. La sua lista civica diventa così il grimaldello per controllare la successione, un modo elegante per dire: “Il dopo-Zaia lo decido sempre io”.

Ma gli alleati non sono nati ieri. Da Fratelli d’Italia arriva il gelo polare di Raffaele Speranzon e Luca De Carlo, che con la diplomazia di chi sa manovrare il fioretto politico, fanno capire che la pacchia è finita. “Sarà il futuro candidato presidente a decidere” è la formula di cortesia per dire: “Caro Luca, la ricreazione è finita, ora si gioca secondo le nostre regole”.

Il paradosso è delizioso: la Lega rivendica il diritto alla successione in Veneto (e hanno ragione, dopo 15 anni di governo ininterrotto), ma contemporaneamente permette al governatore uscente di fare il bello e cattivo tempo con una lista che rischia di cannibalizzare i voti del partito stesso. È come se il Carroccio soffrisse di una sindrome di Stoccolma nei confronti del proprio leader regionale. Qualche leghista di pregio lo sta dicendo da settimane.

Forza Italia, dal canto suo, manda in campo Fulvio Martusciello – coordinatore campano ma con licenza di intromettersi ovunque – per sparare la cartuccia delle “schede nulle”. Un argomento che fa ridere: se davvero gli elettori veneti sono così confusi da non capire come votare dopo 15 anni di Zaia, forse il problema non è la lista ma il livello intellettivo dell’elettorato.

La verità è che il Veneto rappresenta il banco di prova definitivo per capire se il centrodestra sa davvero governare le proprie dinamiche interne o se è destinato a implodere sotto il peso delle ambizioni personali. Perché qui non si tratta solo di scegliere un candidato, ma di stabilire chi comanda davvero nella coalizione: se Meloni è davvero la leader indiscussa o se esistono ancora feudi autonomi dove i governatori fanno il bello e cattivo tempo. I cacicchi di cui parlava tempo fa Elly Schlein.

Il “caos calmo” di cui parla il big anonimo (sempre loro, i big anonimi, veri maestri dell’arte dell’understatement) è in realtà un equilibrio precario che rischia di saltare al primo starnuto. E quando salterà – non se, ma quando – sarà interessante vedere chi rimarrà in piedi tra le macerie di questa alleanza che somiglia sempre più a un matrimonio di convenienza dove tutti tradiscono ma nessuno ha il coraggio di chiedere il divorzio.

Il Veneto, terra di saggia amministrazione e di pragmatismo imprenditoriale, merita di meglio di questo teatrino in cui c’è ancora chi si guarda allo specchio e chiede chi è la più bella del reame. Ma come diceva Brecht, prima viene il pane, poi la morale. E in politica, prima vengono i voti, poi tutto il resto. Anche la dignità.

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