di Arrigo Abalti · Novembre 24, 2025
L’astensione cresce
Dietro il 33,9% dell’affluenza — il dato più basso della storia regionale — non c’è solo la stanchezza degli elettori. C’è una storia politica che arriva da lontano e che in queste settimane è rimbalzata tra i corridoi dei partiti come un segreto di Pulcinella: questa campagna non è mai davvero iniziata. Il retroscena, se lo si vuole leggere davvero, è tutto lì: il Veneto è andato al voto mentre la politica guardava altrove. O meglio: guardava sé stessa. Per mesi l’unico tema è stato il terzo mandato di Zaia. Si fa? Non si fa? Roma dice no. Il Veneto spera nel sì. Zaia tace. Zaia ammicca. Zaia non scioglie.
E nel frattempo il calendario scorreva, rosicchiando settimane preziose a ogni possibile costruzione di una campagna vera. Quando poi il terzo mandato è saltato definitivamente, non è esplosa una visione nuova: è cominciata la guerra fredda dentro il centrodestra su chi dovesse prendere il testimone. Una lite di condominio, neanche troppo elegante, tra Lega e Fratelli d’Italia per stabilire chi comandasse di più tra Venezia e Roma. Una partita a scacchi che ha impegnato i vertici fino all’ultimo minuto utile, lasciando ai candidati-presidenti il ruolo di comparse. È qui che si spiega il gelo di queste settimane: una campagna corta, anzi cortissima, compressa tra rinvii, veti incrociati e calcoli di potere. Altro che visioni sul futuro del Veneto: l’energia politica si è consumata tutta dentro il perimetro della politica stessa. Il risultato? Sotto gli occhi di tutti.
Una delle campagne più tiepide degli ultimi trent’anni. Senza temi forti. Senza uno scontro vero. Senza un racconto che potesse far pensare che il voto servisse davvero a cambiare qualcosa. Nel frattempo, fuori dai palazzi, l’elettore guardava.
Guardava e commentava, magari condividendo il leoncino su WhatsApp o l’endorsement di un sindaco. Ma non si sentiva parte di niente. Perché la politica, trasformando tutto in spettacolo — con i suoi simboli, i suoi meme, i suoi “siparietti” tra alleati — ha deciso che lui dovesse essere uno spettatore. E lo spettatore, si sa, può anche cambiare canale. Ecco perché il dato dell’affluenza non è un incidente di percorso, ma un giudizio politico severo. Non contro questo o quel candidato, nemmeno contro un partito. È un giudizio contro il sistema che ha ridotto la democrazia a un format di intrattenimento: campagne che durano come uno spot, candidature decise come nei casting, priorità che evaporano dopo un giro di hashtag.
La verità è che il Veneto vota poco perché la politica ha parlato poco al Veneto. O meglio: ha parlato molto, ma solo tra sé e sé. E allora sì, è tutto coerente: l’elettore, a forza di essere spettatore, si è convinto che lo spettacolo può andare avanti anche senza di lui. La politica, forse, se ne accorgerà tardi.
Ma il 33,9% è già una frase compiuta. E dice una cosa soltanto, e non fai sentire il cittadino parte della storia, la storia se la guarda da lontano. E non vota.



