di Arrigo Abalti · Febbraio 7, 2026
Tremila OSS mancanti, diecimila anziani in lista d’attesa. L’URIPA va in Sud America a costruire cooperazione, non a razziare personale. Come i nostri nonni con la valigia di cartone, ma dall’altra parte dell’Oceano
“La cura non è mai un atto individuale. È sempre una relazione, un ponte tra chi ha bisogno e chi può dare. E i ponti si costruiscono da entrambe le sponde.” (Atul Gawande, “The Covenant”, 2025)
La frase è di Atul Gawande, chirurgo e scrittore americano, tratta dal suo ultimo libro “The Covenant” uscito l’anno scorso, che riflette sul patto sociale della medicina moderna. Parla di cura come relazione bidirezionale: non c’è chi dà e chi riceve, ma due sponde che si incontrano a metà strada.
In Veneto mancano tremila operatori socio-sanitari. Diecimila anziani aspettano un posto in RSA. I corsi di formazione ci sono, ma le aule restano vuote. Non per colpa della scuola. Per colpa dell’aritmetica: i giovani che servirebbero oggi non sono mai nati. Il calo delle nascite presenta il conto trent’anni dopo, e ora il Veneto invecchia senza braccia per prendersi cura di chi invecchia.
L’URIPA, l’Unione delle strutture private di assistenza, ha fatto una cosa semplice: è andata in Brasile e nella Repubblica Dominicana. Non a razziare personale, ma a costruire un ponte. Partnership, diritti, alloggi dignitosi, accoglienza vera. Hanno mostrato filmati di chi è già arrivato e lavora bene. Hanno parlato con governi, scuole, università. Hanno preparato un accordo che impegna le RSA venete a rispettare chi verrà: non solo lavoro, ma dignità.
I nostri nonni partivano per il Brasile con la valigia di cartone. Cercavano lavoro e dignità, spesso trovando solo il primo. Ora tocca a noi stare dall’altra parte dell’Oceano. Stavolta ad accogliere.
Diecimila anziani non possono aspettare che nasca una generazione che non è mai nata. E se la cura arriva da chi parla portoghese o spagnolo, forse la cosa giusta da dire è grazie. Non “prima gli italiani”. Perché di italiani disponibili, semplicemente, non ce ne sono.
La cura è sempre un ponte. Si costruisce da entrambe le sponde. Una è qui, dove aspettano gli anziani. L’altra è oltre l’Oceano, dove ci sono mani pronte a lavorare. Basta avere il coraggio di tenderle, quelle mani. Come avremmo voluto facessero con i nostri nonni, quando erano loro a partire.



