Kafka sbarca a Venezia

di Arrigo Abalti · Gennaio 29, 2026

Diecimila anziani in attesa di una RSA, una gestione bocciata dai fatti e premiata dalla politica: il paradosso veneto che dice molto più di una relazione

 

La Commissione regionale che oggi occupa le cronache ha discusso la Relazione socio-sanitaria del Veneto. Un documento tecnico, denso di tabelle e proiezioni, che però contiene un dato capace di bucare ogni prudenza lessicale: oltre diecimila anziani non autosufficienti in lista d’attesa per un posto in casa di riposo. Non è una stima, non è un’allerta precoce. È la fotografia di un sistema arrivato al limite.

Diecimila non è un numero neutro. È una soglia. Segna il punto in cui la narrazione dell’efficienza smette di reggere e lascia il posto alla realtà delle famiglie che si arrangiano, dei caregiver esausti, delle badanti reclutate in fretta, dei pronto soccorso usati come anticamera dell’assistenza. Quando la non autosufficienza cresce più velocemente delle risposte pubbliche, non siamo davanti a una congiuntura sfortunata: siamo di fronte a un modello che ha scelto di non vedere.

Il Veneto è stato a lungo un riferimento nazionale per la sanità ospedaliera. E proprio qui sta il paradosso. Si è investito dove i risultati erano misurabili e visibili — acuzie, tecnologia, performance — lasciando sullo sfondo ciò che non fa notizia ma governa il futuro: l’invecchiamento, la cronicità, la fragilità. La RSA è diventata l’unica porta riconoscibile perché tutto ciò che dovrebbe precederla o integrarla — domiciliarità, cure intermedie, presa in carico continuativa — è rimasto sottodimensionato. Così si crea l’imbuto. E l’imbuto oggi ha diecimila nomi.

Questo esito non nasce per caso. È il prodotto di anni di amministrazione dell’esistente, di rinvii, di “monitoraggi” che sostituiscono le decisioni, di autoreferenzialità dell’ordinario. La gestione di Manuela Lanzarin non ha inventato il problema, ma lo ha accompagnato senza mai affrontarlo come questione strutturale. I dati demografici erano noti, le proiezioni inequivocabili. La non autosufficienza non è un imprevisto: è la variabile dominante della sanità contemporanea. Trattarla come un capitolo sociale accessorio ha significato spostare il problema più avanti nel tempo, finché non è esploso.

E poi c’è il passaggio finale, quello che rende questa storia qualcosa di più di una cattiva pagina amministrativa. A fronte di un verdetto così netto, non è arrivata una correzione politica. È arrivato addirittura un premio. Gli elettori l’hanno confermata con un consenso pieno – la più votata della Lega in provincia di Vicenza, seconda solo a Zaia – e questo basterebbe a fare una seria riflessione sulla responsabilità dei cittadini che sono così sfiduciati da disertare le urne. La politica ha poi fatto un passo ulteriore, affidandole la presidenza della Commissione che si occupa proprio di sanità e sociale. In pratica, chi ha guidato il sistema mentre produceva il problema è stato incaricato di governarne le conseguenze. Non è satira: è cronaca. Kafka, dalla spiaggia, ha trovato sede stabile a Venezia. E Murakami cosa ne direbbe?

Il messaggio implicito è devastante: diecimila anziani in attesa non sono una colpa, ma una complessità; non un fallimento, ma una criticità da gestire. Non sono il verdetto del fallimento di dieci anni di Lanzarin. Così la responsabilità si dissolve, la continuità diventa virtù e l’assenza di scelte viene scambiata per equilibrio. È il meccanismo con cui i sistemi maturi smettono di correggersi: premiano chi non li ha disturbati, anche quando era necessario farlo.

Alla fine restano loro, i diecimila. Non votano – evidentemente -, non siedono in Commissione, non partecipano ai convegni. Aspettano. E mentre la politica si autoassolve, il welfare mostra il suo vizio più grave: saper misurare meglio il consenso che il bisogno. Quando accade questo, il numero diventa una sentenza. E la sentenza, come spesso succede, non cade su chi ha governato. Cade su chi non ha più tempo.

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