di Arrigo Abalti · Gennaio 25, 2026
Il sondaggio sulla sicurezza percepita di Pagnoncelli ci regala un ritratto preoccupato dell’Italia e quindi, anche di Vicenza
C’è un dato che racconta l’Italia di oggi meglio di mille analisi politiche: solo il 52% degli italiani si sente tranquillo nel proprio quartiere. Dieci anni fa erano il 60%. Un crollo verticale, una emorragia di fiducia che Nando Pagnoncelli fotografa con precisione, restituendoci l’immagine di un Paese che ha paura. Paura dei giovani (55% teme comportamenti violenti), paura degli immigrati (44%), paura persino delle “sacche di marginalità”, come se la povertà fosse un virus contagioso e non una ferita da curare.
Ma è quando incroci questi numeri con quelli elettorali che il quadro si fa inquietante. Perché mentre cresce l’insicurezza, cresce anche il consenso per chi governa. Fratelli d’Italia resta saldamente primo partito, Giorgia Meloni macina fiducia proprio sul tema che dovrebbe essere il suo tallone d’Achille. Un cortocircuito perfetto, una contraddizione che assomiglia a quelle illusioni ottiche dove vedi contemporaneamente il vaso e i due volti di profilo.
Il tema è semplice: la sicurezza è materia di governo. I sindaci possono fare ben poco, incastrati tra ordinanze che durano lo spazio di un titolo di giornale e polizie locali ridotte all’osso. Le Regioni hanno competenze ancora più risicate. Chi può davvero intervenire – con più forze dell’ordine, con politiche sociali serie, con investimenti nelle periferie – siede a Palazzo Chigi. E a Palazzo Chigi siede proprio chi ha fatto della sicurezza la propria bandiera.
Eppure, nonostante ciò, gli italiani continuano a sentirsi meno sicuri. Non è un fallimento che viene punito nelle urne, è quasi il contrario: più aumenta la percezione del pericolo, più si rafforza chi promette di difenderci da quel pericolo. Come se la paura non fosse un problema da risolvere, ma un combustibile da alimentare. Un carburante che fa girare il motore del consenso proprio perché non si esaurisce mai.
Certo, il governo vara qualche misura. Un decreto qua, un posto di blocco là, magari un giro di vite sulle occupazioni abusive. Ma sono interventi episodici, spot che illuminano per un attimo e poi lasciano tutto come prima. Non si vede una strategia complessiva, mancano risorse vere, manca la volontà di affrontare le cause profonde: la disgregazione sociale, l’abbandono dei territori, la povertà che cresce e che spaventa chi ancora non ci è caduto dentro.
E il centrosinistra? Anche qui il copione è scritto da tempo. I sindaci del Pd, compreso il nostro di Vicenza, lanciano segnali, alzano la voce, chiedono attenzione al tema della sicurezza. Ma il sospetto che sia solo una postura, un adeguamento tattico al sentiment popolare, è più che legittimo. Il fenomeno dell’insicurezza viene da lontano, attraversa governi di ogni colore. Quando al Viminale sedevano ministri di centrosinistra, le risposte non sono state più efficaci di quelle attuali. Stessa liturgia, stesso nulla di fatto.
Forse è arrivato il momento di far uscire la sicurezza dal recinto ideologico, di sottrarla al teatrino quotidiano tra maggioranza e opposizione. Di smettere di usarla come clava elettorale e iniziare a trattarla per quello che è: un’emergenza nazionale che chiede risposte nazionali. Una volta sapevamo farlo. Negli anni Settanta, di fronte al terrorismo e al rapimento di Aldo Moro, maggioranza e opposizione si strinsero attorno a un patto di unità nazionale. E il terrorismo venne affrontato seriamente, sconfitto.
Oggi nessuno chiede governi di solidarietà nazionale, ma almeno un piano condiviso, un patto per la sicurezza delle città che impegni tutti: più agenti sul territorio, più telecamere, più presidio sociale, più integrazione. Misure concrete, non slogan. I nostri leader potrebbero rileggere quella pagina di storia recente e capire che la differenza tra chi fa la storia e chi la subisce sta tutta lì: nel coraggio di abbandonare le trincee quando è necessario, nel mettere il bene comune davanti alla rendita di posizione.
Altrimenti continueremo ad assistere a questo paradosso grottesco: un Paese sempre più spaventato che premia chi non lo protegge e diffida di chi dice di volerlo fare. Fino a quando la paura non sarà diventata così endemica da non essere nemmeno più un problema. Solo la nostra normalità.



