La bacchetta e la poltrona

di Arrigo Abalti · Dicembre 16, 2025

Cronaca di una scelta che sembrava minore, ma non lo sarà

 

A volte il succede che il momento, in politica, in cui smettere di correre possa diventare un vantaggio competitivo. Luca Zaia sembra lo sa bene. Per questo la presidenza del Consiglio regionale, che a molti era parsa una retrocessione — dal timone al martelletto — assomiglia sempre più a una sosta intelligente prima della curva decisiva.

Lo avevano dato di passaggio: sei mesi, un anno al massimo. Invece Zaia potrebbe restare a Palazzo Ferro Fini fino alla primavera del 2027, quando — dicono i ben informati — si tornerà a votare per le Politiche. Niente suppletive, niente Montecitorio in affitto, niente sindacatura veneziana. Venezia affascina, Roma chiama, ma il Veneto trattiene.

Se si mettono in fila le opzioni, il conto è semplice. Il Parlamento garantisce un titolo, ma anche un lungo cono d’ombra. Venezia offre riflettori internazionali, ma chiede cinque anni di dedizione totale e ti congela fuori dal grande gioco nazionale. Ferro Fini, invece, consente di restare visibili senza esporsi troppo. Una posizione centrale, ma apparentemente laterale. Che è spesso la migliore.

Zaia ha scelto il ruolo dell’arbitro: niente voti, molta terzietà, un Consiglio che torna protagonista dopo anni di monocolore. Un direttore d’orchestra che non suona, ma decide il tempo. E non stupisce che con lui possano arrivare collaboratori fidati: anche la neutralità, per funzionare, ha bisogno di una regia.

Intanto, nei corridoi, la politica fa la politica. Ex assessori irritati, deleghe contese, fedelissimi esclusi “senza polemica”, comunicati al vetriolo di Sergio Berlato sulla meritocrazia. Il solito dopo-giunta: quando tutti parlano di unità e nessuno riesce a sorridere.

E poi c’è l’immagine che vale più di mille retroscena: il consigliere ventiseienne al primo giorno, scortato da genitori, nonni e zie. Come a scuola. Perché la politica, sotto la crosta del potere, resta un luogo dove si cresce, si cade, si aspetta.

Zaia ha scelto di aspettare. E in un’epoca in cui tutti hanno fretta di arrivare, saper aspettare è già una forma di comando.

Perché il vero potere non è occupare una poltrona.

È decidere quando alzarsi.

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