La Fatwa non Lega

di Arrigo Abalti · Aprile 18, 2026

Maltauro e la fine dell’anatema leghista

C’è una legge non scritta che per vent’anni ha governato la politica veneta con la stessa inflessibilità di un editto medievale: chi lascia la Lega, muore. Non di morte naturale. Di morte politica. Emarginazione, ostracismo, il silenzio che vale più di ogni insulto. Il Carroccio non perdona e non dimentica. Aveva ragione Totò: “Siamo uomini o caporali?” Nel Veneto leghista, per molto tempo, la risposta era stata univoca.
Jacopo Maltauro, il più giovane consigliere regionale eletto in questa legislatura,  è stato nominato ieri vice coordinatore nazionale della Consulta ANCI Giovani. L’ha scelto il coordinatore Domenico Carbone. Ha ringraziato Antonio Tajani, il segretario di Forza Italia Giovani Simone Leoni e tutta la comunità azzurra per la fiducia. Forza Italia. Non la Lega. Perché Maltauro, che era capogruppo del Carroccio in Consiglio Comunale a Vicenza, ha cambiato casacca. E invece di scomparire nell’oblio — come da copione, come da tradizione, come da condanna — ha ottenuto un incarico nazionale.
La fatwa non ha funzionato.

Bisogna tornare indietro per capire quanto sia straordinario questo fatto banale. Per decenni, nel Nordest, abbandonare la Lega equivaleva a un suicidio assistito. Non c’era tribunale, non c’era processo: c’era solo la sentenza. Le reti sociali si chiudevano, i telefoni ammutolivano, le porte — quelle che contano, quelle che si aprono con la parola giusta al momento giusto — restavano sbarrate. La macchina del consenso leghista era anche una macchina di controllo: ti teneva dentro finché servivi, ti espelleva nel nulla appena uscivi.
Poi arrivò Flavio Tosi. Sindaco di Verona per dieci anni, segretario della Liga Veneta, espulso da Salvini nel marzo 2015  dopo uno scontro frontale con Zaia. Non un abbandono volontario: una cacciata con ogni disonore. Pochi giorni dopo si candidò alla presidenza della Regione Veneto, finendo quarto. Sembrava finita. Invece no. Nel 2022 si ricandidò a sindaco di Verona con Forza Italia e liste civiche, raggiungendo un ragguardevole 23 per cento. E oggi siede al Parlamento Europeo con Forza Italia, dove guida sfida la Lega sul suo stesso terreno — quello, appunto, del Nord. Qualcuno disse che era un’eccezione. Che Tosi era Tosi, con la sua storia, il suo profilo, la sua città. Che le regole valevano per tutti gli altri.
Adesso c’è Maltauro. Giovane, vicentino, senza la corazza di vent’anni di carriera. Eppure eccolo lì, voce del Nord che lavora e produce, voce di un territorio che chiede di essere ascoltato, con un incarico nazionale che pochi suoi coetanei possono vantare. Non si è dissolto. Non è stato inghiottito dall’oblio. Ha cambiato partito e ha trovato, nell’azzurro di Forza Italia, una casa più ampia di quella che aveva lasciato.

C’è una domanda che aleggia su tutto questo, e vale la pena di porsela senza retorica: la Lega ha perso il suo potere di ritorsione, o il sistema politico veneto è cambiato abbastanza da rendere quell’anatema innocuo? La risposta, probabilmente, è entrambe le cose insieme. Il Carroccio di oggi non è il Carroccio di Bossi, né quello di Salvini nel momento della sua apoteosi. È un partito che governa in coalizione, che deve negoziare, che non può più permettersi il lusso della vendetta sistematica senza pagarne un prezzo. E il centrodestra italiano, nella sua forma matura — per quanto caotica — ha imparato a riciclare il capitale umano piuttosto che distruggerlo.
Flavio Tosi prima. Jacopo Maltauro oggi. Non è una tendenza, è una prova. La politica veneta sta imparando, lentamente e non senza resistenze, che un uomo non si misura dal partito che porta ma da ciò che sa costruire. Bisogna costruire, piuttosto che rompere , ha detto Maltauro nel suo discorso di insediamento. Parole che suonano come un programma. Ma anche, se si ha orecchio per la filigrana, come una piccola vendetta postuma contro chi credeva che uscire dalla Lega significasse smettere di esistere.
Non è più così. La fatwa ha perso il suo effetto. E questa, in fondo, è una buona notizia per tutti — anche per chi non ha mai votato Lega in vita sua.

 

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