di Redazione · Aprile 16, 2026
Silvia Salis supera Shlein nei social….e adesso?
Ogni tanto la politica italiana si sveglia di soprassalto, guarda il comodino, e scopre che qualcuno le ha messo lì accanto una persona nuova mentre dormiva.
Questa volta si chiama Silvia Salis. Sindaca di Genova, ex campionessa di lancio del martello, cinquantunmila follower guadagnati in una settimana grazie a una foto scattata dietro una DJ belga davanti a trentamila persone che ballavano in piazza De Ferrari. Il meme è diventato virale. Instagram l’ha portata a 511mila follower, oltre Elly Schlein, oltre qualsiasi sindaco di capoluogo di regione in Italia. I giornali hanno scritto che la sinistra ha trovato il suo modello comunicativo. La sinistra ha annuito, sollevata.
Qui bisogna fermarsi. Perché quella sollevazione è esattamente il problema.
Un partito sano non si sveglia di soprassalto a scoprire che ha un talento. Lo coltiva, lo mette alla prova, lo espone gradualmente a carichi crescenti di responsabilità e visibilità. Lo accompagna. Sbaglia con lui, impara con lui, cresce con lui. Un partito sano non ha bisogno di essere sorpreso dai propri migliori elementi — li conosce già, ci ha già lavorato, sa già cosa sa fare e cosa ancora non sa fare.
Il PD e il centrosinistra italiano non funzionano così. Funzionano per lampi. Per scoperte tardive. Per entusiasmi improvvisi seguiti da attese infinite, durante le quali il talento appena scoperto viene lasciato lì, sul comodino, a fare da solo mentre il partito torna a dormire occupandosi di cose più urgenti — i congressi, le correnti, le alleanze, la prossima cosa urgente.
È successo con Renzi, scoperto tardi e bruciato in fretta. Con Schlein stessa, arrivata alla segreteria quasi per caso e lasciata a costruire la propria comunicazione senza una macchina di partito degna di questo nome. Con decine di amministratori locali bravi che governano bene le loro città e non esistono nel racconto nazionale perché nessuno ha mai pensato di raccontarli.
Salis è diversa dagli altri casi, e vale la pena capire perché. Non è un politico di carriera — viene dallo sport, porta con sé la cultura di chi sa che i risultati si costruiscono con metodo, pazienza e allenamento quotidiano, non con le proclamazioni. Ha capito prima di molti colleghi che la comunicazione politica contemporanea non è un accessorio del governo — è parte del governo. Che raccontare bene quello che fai non è vanità: è rispetto per i cittadini che hanno il diritto di sapere cosa stanno ottenendo in cambio del loro voto.
I numeri lo confermano con precisione quasi scientifica. Engagement rate al 10,3 percento contro il 3,5 di Schlein. Post interaction al 19,6 contro il 4,2. Quattrocentosessantamila follower acquisiti nell’ultimo anno con una curva di crescita che non è casuale — è il risultato di una strategia coerente, di contenuti costruiti per ogni piattaforma, di una presenza costante che non si interrompe quando non ci sono elezioni in vista.
Questo non lo improvvisa nessuno. Lo costruisce chi ha deciso che vale la pena costruirlo, anche quando non ci sono fotografi in giro e la piazza è vuota.
Ma il punto non è Salis. Il punto è il deserto intorno a Salis.
In un paese politicamente normale, una figura con queste caratteristiche — amministratrice capace, comunicatrice autentica, profilo riconoscibile al grande pubblico — sarebbe già inserita in un progetto più largo, già parte di una strategia nazionale, già in dialogo con una classe dirigente che pensa al futuro con più di due anni di anticipo. Invece è lì, a Genova, a fare bene il suo lavoro, mentre il centrosinistra la guarda da lontano con la stessa aria del professore che scopre uno studente bravo a fine anno e pensa: peccato non averci fatto caso prima.
La politica che dorme non genera leader. Li trova già fatti, ogni tanto, e li usa finché durano. Poi torna a dormire, in attesa del prossimo lampo.
Quella foto in piazza De Ferrari è bellissima. C’è una donna con le mani alzate e un sorriso che dice: questo l’ho fatto io, e funziona, e me lo godo. È un momento di verità politica raro, in un paese dove la verità politica tende a nascondersi dietro le formule e i comunicati.
Ma una foto non governa. Un meme non vince le elezioni. E un talento lasciato a se stesso, per quanto grande, prima o poi si stanca di correre da solo.
La vera domanda non è se Salis sia pronta. È se il centrosinistra italiano sia pronto a smettere di dormire abbastanza a lungo da scoprirlo.




