di Arrigo Abalti · Febbraio 7, 2026
Dopo 18 mesi di stallo, Palazzo Chigi chiude la partita con un uomo dell’intelligence alla direzione generale. In gioco 15 miliardi di PNRR da certificare entro luglio 2026, 60 milioni di cartelle cliniche da proteggere, e una nuova direttiva europea sui dati sanitari che trasforma Agenas in Agenzia nazionale della sanità digitale. Le Regioni che hanno capito la portata della partita hanno messo Fedriga e Fico. Il Veneto, che non ha capito la posta in gioco, pensava di mandare Lanzarin
Ci sono nomine che si capiscono solo guardando oltre la superficie. Il rinnovo del CdA di Agenas sembrava l’ennesima telenovela: Regioni che litigano, nomi bocciati, stalli infiniti. Invece è una partita sofisticata dove si intrecciano intelligence, economia digitale e sicurezza nazionale. Una partita che il Veneto non ha capito.
Giovedì scorso la Conferenza delle Regioni ha trovato l’accordo. Massimiliano Fedriga presidente, Roberto Fico nel CdA, Angelo Tanese direttore generale, Domenico Mantoan in quota Ministero, Angelo Giovanni Ientile per l’ANCI. Mandato quadriennale, anche se Fedriga parla di “transitorietà”: nei corridoi si sussurra che il governatore friulano si prepara per un seggio ministeriale alle prossime Politiche.
Dopo 18 mesi di stallo, il governo sblocca tutto. Il motivo è chiaro: la posta è troppo alta. Sono in ballo 15 miliardi del PNRR che vanno in verifica al primo luglio 2026. Se non sono a posto, l’Italia deve restituirli all’Europa.
Ma c’è di più. Agenas diventa l’Agenzia nazionale della sanità digitale: da ente tecnico che fa classifiche a infrastruttura critica dello Stato. Il cuore della trasformazione è il Fascicolo Sanitario Nazionale: 60 milioni di cartelle digitali con prescrizioni, referti, ricoveri, vaccinazioni, terapie. Tutto accessibile in tempo reale da medici, ospedali, farmacie, specialisti.
Non è solo comodità tecnologica. È continuità delle cure, eliminazione di esami doppi, diagnosi rapide in emergenza, monitoraggio epidemie, ricerca su grandi numeri. Ma è anche infrastruttura critica da proteggere contro attacchi cyber e fughe di dati.
Poi c’è la partita europea. L’UE ha approvato una direttiva per creare uno spazio sanitario digitale dove i dati circolano tra Stati membri. Se ti ammali in Spagna, l’ospedale di Barcellona accede al tuo fascicolo italiano. Se scoppia una pandemia, i dati circolano tra Paesi per tracciare diffusione e terapie.
Ma non è solo sanità. È economia digitale: i dati sanitari anonimizzati diventano materia prima per ricerca farmaceutica, intelligenza artificiale, biotecnologie. Un mercato da centinaia di miliardi. E qui entra la sicurezza nazionale: chi controlla i dati? Con quali standard? Quale sovranità digitale? Quali protezioni contro potenze straniere?
Agenas diventa il nodo italiano di questa rete. Deve gestire il Fascicolo Nazionale e i flussi con l’Europa, implementare standard di interoperabilità, garantire protocolli di sicurezza, proteggere la sovranità digitale, certificare i 15 miliardi di PNRR.
Di fronte a questo scenario, gli equilibri regionali diventano folklore. Le Regioni che hanno capito hanno schierato pesi massimi: Fedriga per il centrodestra, Fico per il centrosinistra. Patto bipartisan quando la posta sono 15 miliardi, 60 milioni di cartelle cliniche, una direttiva europea che incrocia economia e sicurezza nazionale.
E il Veneto? Pensava di mandare Manuela Lanzarin. Ex Assessore alla Sanità, dieci anni con Zaia, ex presidente facente funzione di Agenas. Candidatura da vecchio regime: classifiche di ospedali, performance regionali, equilibri tra ASL. Come se Agenas fosse ancora l’ente che monitora tempi d’attesa, non il nodo della sanità digitale europea.
Il Veneto aveva anche Gino Gerosa, cardiochirurgo di fama mondiale, neo-assessore alla Salute, medaglia d’oro al merito della sanità pubblica. Gerosa avrebbe avuto le carte in regola. Ma è rimasto a Venezia: nove miliardi da gestire, un sistema da innovare dopo l’era Zaia, cronicità da governare.
La Campania aveva provato con Jonathan Pratschke, ordinario di Sociologia Economica alla Federico II, studioso delle disuguaglianze sanitarie. Il centrodestra ha bloccato tutto: dopo il caso Coscioni, la Campania non poteva riprendersi la presidenza. Politica, non merito.
Il finale porta la firma di Palazzo Chigi. E soprattutto arriva lui: Angelo Tanese. Cinquantanove anni, uomo vicino a Zingaretti, ex responsabile del poliambulatorio della Farnesina. Dal 2016 al 2022 guida la ASL Roma 1 – quella che gestisce ministeri, Parlamento, Farnesina.
Nel 2022 il salto: capo del personale del Dipartimento Informazioni e Sicurezza (DIS), organo di raccordo tra Palazzo Chigi e le agenzie di intelligence. Scelto da Draghi, confermato da Meloni, apprezzato da Mantovano. Il deep state che va oltre gli schieramenti, chiamato quando la partita è troppo importante.
Ora Tanese si è preso aspettativa dal DIS e torna alla sanità. Non per gestire ospedali. Per blindare 60 milioni di cartelle, certificare 15 miliardi di PNRR, implementare la direttiva europea, proteggere un’infrastruttura critica che incrocia economia e sicurezza.
Perché un uomo dei servizi a dirigere Agenas? Perché Agenas è diventata il nodo della sanità digitale italiana ed europea. Gestisce dati sensibili che devono circolare tra Stati membri, implementare standard europei mantenendo sovranità digitale, proteggere da attacchi cyber, garantire che i dati rispettino protocolli di sicurezza.
I dati sanitari circolano in Europa per cure, ricerca, emergenze. Ma anche – anonimizzati – verso industria farmaceutica, intelligenza artificiale, biotecnologie. Mercato da centinaia di miliardi che pone questioni di sovranità: chi accede? Con quali regole? Quali garanzie contro potenze straniere?
Serve chi conosce cybersecurity, infrastrutture critiche, intelligence. Non un assessore regionale. Serve chi garantisce che 60 milioni di cartelle non finiscono in mani sbagliate, che i flussi rispettano la sovranità nazionale, che gli attacchi vengono prevenuti.
Il Veneto ha perso perché non ha compreso la posta in gioco. Mentre altre Regioni mettevano Fedriga e Fico per una governance bipartisan, il Veneto pensava a una casella da occupare. Come se si trattasse ancora di classifiche, non di gestire il nodo italiano della sanità digitale europea.
Gerosa è rimasto a Venezia. Il know-how veneto esiste, ma quando serve viene chiamato da Roma, non valorizzato da Venezia.
Questa partita racconta dove va la sanità. Non conta più solo il peso politico regionale. Conta gestire dati digitali in uno spazio europeo integrato, proteggere infrastrutture critiche, rispettare direttive europee mantenendo sovranità nazionale, governare una partita che incrocia economia e sicurezza.
Agenas è diventata l’infrastruttura critica che incrocia tutto questo. Per questo serviva Tanese, non un politico. Serviva chi viene dal DIS, non dalla Lega veneta. Serviva chi capisce che gestire 60 milioni di cartelle che circolano in Europa è sicurezza nazionale, non equilibri di partito.
I servizi segreti entrano in sanità non per controllarla, ma per proteggerla. Tanese è lì perché Palazzo Chigi ha capito che con questa posta serve il deep state che garantisce continuità oltre gli schieramenti.
Il Veneto non ha capito. E ha perso.
Benvenuti nella sanità del futuro. Dove i dati contano più dei posti letto, la cybersecurity più delle classifiche, le direttive europee trasformano agenzie in nodi continentali, l’intelligence presidia infrastrutture critiche, economia e sicurezza si intrecciano. Dove chi capisce fa patti bipartisan.
E il Veneto non se n’è neanche accorto.



