Il palinsesto Zaia

di Redazione · Giugno 2, 2026

 

C’è un momento, nella vita dei leader molto amati, in cui il consenso non basta più. Diventa una casa. Poi una dipendenza. Infine una condanna.

Luca Zaia è stato per anni il presidente più popolare d’Italia. Il doge sobrio, l’amministratore della filiera corta, il governatore con gli scarponi nel fango e il lessico del capannone. Il Veneto gli ha consegnato tutto: fiducia, identità, consenso, perfino una forma di affetto politico che in Italia si concede raramente.

Il problema è che adesso Zaia sembra non sapere più che cosa farsene di se stesso.

Un giorno si presenta come padre costituente della nuova politica italiana. Parla di riforme, giustizia, referendum, architetture istituzionali. Si mette di profilo, guarda Roma dall’alto della pianura produttiva e spiega al Paese come dovrebbe cambiare.

Il giorno dopo, però, lo stesso uomo ricompare sui social come personal shopper della Serenissima. Non più Montesquieu, ma Chiara Ferragni. Non più il destino delle istituzioni, ma il consiglio per gli acquisti. Venezia diventa set, il negozio diventa parabola, il presidente diventa influencer.

Poi ancora: lo scrittore. Il conduttore. Il divulgatore. Il podcaster del Fienile. L’uomo che intervista, racconta, consiglia, presenta, accompagna. Zaia non comunica più una funzione. Moltiplica identità. Si replica. Si frammenta. Si produce in serie. E allora non siamo più davanti alla modernità della politica. Siamo davanti alla sua confusione.

Perché ogni leader contemporaneo deve abitare i linguaggi del tempo. Ma abitare non significa colonizzare. Un conto è usare i social. Un altro è diventarne ostaggio, o peggio dipendenti. Un conto è raccontare il territorio. Un altro è trasformarsi nel catalogo ambulante della propria permanenza pubblica.

Zaia sembra il protagonista politico di The Boroughs, la serie Netflix sui pensionati che si accorgono che il vero mostro non è la vecchiaia, ma il tempo che li vuole portare via. Anche lì c’è un gruppo di anziani che non si rassegna a mollare, che combatte contro una forza misteriosa pronta a rubare ciò che resta: il tempo, appunto. Solo che nella versione veneta il mostro non arriva dal deserto del New Mexico. Arriva dalla fine del mandato. Dal limite. Dalla parola più difficile per qualunque uomo di potere: basta.

E allora Zaia combatte.

Combatte non contro un avversario politico, ma contro la sparizione. Contro il silenzio. Contro il vuoto che si apre quando la scena non ti appartiene più naturalmente. Da qui l’accumulo: più ruoli, più formati, più post, più apparizioni, più registri. Se non posso più essere soltanto il presidente, allora sarò tutto. Padre costituente e bottegaio simbolico. Scrittore e piazzista sentimentale. Doge e creator. Statista e testimonial.

È qui che la lettura politica non basta più. Serve quasi una lettura psicanalitica. Zaia appare come il leader che non riesce a separarsi dallo sguardo dell’Altro. Non governa soltanto: deve essere visto mentre governa, mentre pensa, mentre compra, mentre racconta, mentre ricorda, mentre promuove. La funzione istituzionale dice: rappresenta. Il godimento mediatico dice: resta in scena. E lui resta. Sempre. Ma il padre, quello vero, non è colui che occupa tutto lo spazio. È colui che introduce il limite. Che sa dire no anche a se stesso. Che accetta la perdita. Che capisce quando la parola ha senso e quando invece il silenzio produce più autorevolezza di un altro video.

Zaia, invece, rischia di diventare la caricatura del padre politico: non più il garante della legge, ma il padre simpatico che vuole piacere ai figli. Quello che si compra la camicia con il collo alla coreana e i jeans strappati.  Quello che non sopporta di essere ricordato al passato. Quello che, pur di non uscire dalla stanza, cambia costume ogni giorno.

E questo è il punto più interessante, e più malinconico.

Perché Zaia non è un politico finito. È un politico che teme di finire. E proprio per questo accelera, si reinventa, si sovraespone. Ma più cerca di allargare il proprio personaggio, più restringe la propria statura. Lo statista non deve dimostrare ogni giorno di esistere. Esiste anche quando tace.

Il leader invece, quello prigioniero del proprio brand, ha bisogno di una notifica continua. Deve dire. Deve esserci. Deve postare. Deve apparire. Deve consigliare perfino dove comprare una borsa, perché anche una borsa, a quel punto, diventa un pezzo della sua autobiografia pubblica. Il Veneto lo ha costruito. Roma lo ha respinto. Il limite dei mandati lo ha messo davanti allo specchio. E nello specchio Zaia non ha trovato un erede, non ha trovato una dottrina, non ha trovato una scuola politica. Ha trovato se stesso.

È il destino dei leader che non preparano il dopo: finiscono per trasformare la successione in un problema personale. Così il governatore che avrebbe potuto lasciare una grammatica rischia di lasciare un palinsesto.

Il dramma non è che faccia troppe cose. È che tutte sembrino rispondere alla stessa domanda: come faccio a non scomparire? Ecco il paradosso. L’uomo che per anni ha incarnato il Veneto concreto e anti-retorico oggi appare impegnato soprattutto a prolungare la propria presenza.

Un tempo rappresentava un territorio. Oggi rappresenta una difficoltà: quella di accettare che ogni leadership, per restare grande, deve avere una fine.

 

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