LA PISTOLA DI ARCUGNANO

di Arrigo Abalti · Giugno 27, 2026

La paura, quando lo Stato non risponde, trova sempre un tribuno

 

C’è un momento in cui il dolore privato cerca una forma pubblica. Per Alberto Filippi quel momento ha avuto la forma di una pistola carica a quindici centimetri dagli occhi, una notte di aprile nella sua villa di Arcugnano. Sedici anni lontano dalla politica, una carriera che lo aveva portato da assessore ad Arcugnano fino a senatore della Repubblica, poi l’espulsione dalla Lega nel 2011 e il silenzio. Domenica sarà sul palco del Teatro Comunale di Vicenza con Roberto Vannacci e Giuseppe Cruciani. L’evento è organizzato in solidarietà a Mario Roggero, l’orafo piemontese condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori in fuga dalla sua ditta. La pistola di Arcugnano ha fatto il resto.

Non è una storia di cronaca. È una storia di politica, e va letta come tale. Con qualche riserva.

Il meccanismo è trasparente, e la trasparenza — in questo caso — non è un pregio. Un trauma autentico, una rapina violenta, una famiglia sequestrata per un’ora: tutto vero, tutto comprensibile. Ma tra il subire un torto e trasformare quel torto in un trampolino politico c’è un salto che richiede almeno un po’ di pudore nell’esecuzione. Filippi dichiara: “Vannacci rappresenta l’ultima speranza per far tornare questo Paese sicuro. In un Paese che ha trasformato il malessere in format e l’indignazione in progetto editoriale, non stupisce. Stupisce semmai l’ingenuità della geometria: la vittima, il generale, il provocatore radiofonico, il palco. Manca solo la petizione online.

Eppure il tema che portano a Vicenza non è falso. La ricca provincia vicentina, il territorio punteggiato di villette isolate, è da tempo e periodicamente oggetto di azioni violente da parte di bande di rapinatori che agiscono con modalità quasi militari. L’insicurezza non è percezione: è esperienza. Ed è su questa esperienza che Vannacci costruisce il suo insediamento nel Nordest — non con un programma, ma con una vittima e un simbolo. Su Facebook scrive: “Non esiste libertà senza sicurezza. Se Filippi si fosse difeso e avesse sparato a quei ladri probabilmente sarebbe indagato e accusato. Queste norme vanno cambiate.” Il ragionamento è deliberatamente schematico. Ma lo schema funziona perché intercetta qualcosa che il centrodestra tradizionale — a cominciare dalla Lega — non è più riuscito a nominare con la stessa efficacia.

E qui viene la notizia nella notizia. Filippi non è tornato da Alberto da Giussano: è andato dall’altra parte. La Lega, che di Filippi fu casa e poi carnefice, osserva in silenzio. Quel silenzio racconta più di qualsiasi commento. Futuro Nazionale occupa spazi che altri hanno lasciato vuoti, con la disinvoltura di chi non amministra nulla e può permettersi qualunque promessa. È uno schema già visto — chi ricorda i Cinque Stelle nell’èra della loro ascesa conosce bene questa grammatica: la rabbia autentica della base, il leader carismatico e antisistema, la narrazione del “cittadino contro”, il disprezzo programmatico per le mediazioni. Sappiamo anche come è andata a finire.

La campagna elettorale è già aperta, anche se nessuno lo ammette ufficialmente. Le politiche del prossimo anno e il rinnovo delle comunali del capoluogo disegnano un orizzonte in cui ogni episodio — una rapina, un processo, un palco — è già campagna. Domenica al Teatro Comunale di Vicenza non si parlerà solo di Roggero. Si misurerà quanto spazio c’è, nel Vicentino, per un populismo di destra che non sia quello già occupato. La risposta interesserà molti. A cominciare da chi, in Lega e in Fratelli d’Italia, preferisce guardare dall’altra parte.

La pistola di Arcugnano ha cambiato la vita di Alberto Filippi. Se cambierà anche qualcosa nella politica vicentina dipende da quanto gli elettori distingueranno tra il dolore di un uomo e il progetto di chi lo ha messo su un palco.

 

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