di Arrigo Abalti · Luglio 15, 2026
C’è un solo mestiere che in Italia non conosce crisi, non teme l’intelligenza artificiale e non delocalizza: il franco tiratore. Ieri, giornata di piena occupazione. Doppio turno: mattina e pomeriggio a Venezia, serale a Roma. A Palazzo Ferro-Fini si votavano le nomine nei quarantacinque enti — quarantacinque, un numero da tombola, e infatti — e il meloniano Tommaso Razzolini, destinato al Corecom, è rimasto due volte impallinato dai suoi, fermo a ventiquattro e poi a ventitré voti su ventisei necessari, finché non è arrivato, con la carità pelosa che solo le opposizioni sanno dare, il soccorso del Pd. Salvato dal nemico, ferito dagli amici: è la condizione umana del politico veneto, e forse del politico. E lo spettacolo andato in scena ieri dice molto dei retroscena nel Carroccio, dove la rottura tra vecchia e nuova generazione diventa fatto politico nel segreto dell’urna. E basta andare a riguardarsi gli scrutini di buona parte delle candidature per leggere in filigrana cosa sta davvero succedendo tra la Guardia Repubblicana dello Zaiastan e gli altri.
A Montecitorio, poche ore dopo, la scena si è ripetuta in grande. Sull’emendamento delle preferenze — quello su cui Giorgia Meloni aveva “messo la faccia”, sfidando le opposizioni a votare palese, e quando un capo mette la faccia i suoi capiscono che possono nascondere la propria — la maggioranza è andata sotto per un voto: 188 a 187. I contabili del rancore hanno passato la notte: trentuno tiratori per Molinari, “nessuno nella Lega”, giuramento che a Montecitorio vale quanto una promessa di matrimonio a Las Vegas; trentasei per i conti del Pd; di più per i pessimisti, che in politica sono i realisti con memoria. E siccome era il 14 luglio, un deputato della maggioranza se ne andava per i corridoi canticchiando “Allons enfants”: la presa della Bastiglia, ha detto. La presa della pastiglia, più modestamente: quella che da ieri sera cercano a Palazzo Chigi.
Il capolavoro, però, lo hanno firmato i vannacciani. Per non essere accusati di tradimento hanno filmato il proprio voto segreto — che è vietato, ma soprattutto è sublime: l’unico modo per dimostrare la lealtà è violare il regolamento. Il franco tiratore ha prodotto il suo contrario, il tiratore con la bodycam. Manca solo la diretta social dello scrutinio segreto, e ci arriveremo, perché in questo Paese anche l’omertà vuole i suoi follower.
La palude, ha detto la premier. Ma la palude è un ecosistema, mica un incidente: ci vivono creature che di giorno applaudono e nel segreto dell’urna diventano anfibie. La verità è più semplice e più antica. Il voto segreto è il confessionale della politica italiana: l’unico luogo dove il parlamentare nominato dice finalmente quello che pensa, ed è per questo che pensa di abolirlo chi lo teme e di tenerlo chi lo usa. Trent’anni di liste bloccate hanno prodotto eletti che devono tutto al capo e niente agli elettori: chiedergli di votare le preferenze è come chiedere al tacchino di apparecchiare per Natale, e ieri il tacchino, protetto dalla tendina, ha risposto.
Nel frattempo a Venezia, per consolarci, c’è almeno una storia d’amore: i leghisti Luciani e Russotto, promessi sposi il 19 luglio, nominati ieri con un incarico a testa. “Regalo di nozze”, mormorano a palazzo. Ed è l’unica votazione della giornata in cui il sì, alla fine, lo diranno davanti a tutti.



