La Repubblica degli Ex

di Redazione · Agosto 23, 2025

In Puglia come in Veneto, il problema non è solo chi arriva ma chi non vuole mai andarsene

 

Decaro soffocato da Emiliano e Vendola, Zaia e il terzo mandato, De Luca, assessori regionali e presidenti di categoria che si aggrappano alle poltrone: in Italia nessuno sa fare l’ex. In Veneto il prossimo candidato governatore farebbe bene a imparare la lezione pugliese

 

Il caso di Antonio Decaro, candidato di centrosinistra in Puglia, è la fotografia perfetta di un Paese dove gli “ex” non muoiono mai. L’uomo dovrebbe correre libero, ma alle sue spalle incombono due totem ingombranti come Michele Emiliano e Nichi Vendola. Due ex da novanta, che non hanno la minima intenzione di fare un passo indietro.

In Italia funziona così: non appena lasci una poltrona, ne inventi un’altra. Ex presidenti, ex segretari, ex professori, ex accademici. Più che una Repubblica, sembriamo un mausoleo pieno di busti parlanti. Alcuni perfino con la targhetta “emerito”, come se bastasse un aggettivo a trasformare la nostalgia di potere in saggezza.

La sinistra ha fatto scuola: D’Alema con le sue battute al vetriolo, Bersani con le sue metafore popolari, Bertinotti ancora in giro come un soprammobile ingiallito. Ma la destra non vuole essere da meno: basti guardare Luca Zaia, che dopo due mandati, che in realtà sono tre, sogna di restare governatore per sempre.

E in Veneto il problema non si ferma a Zaia, ma a un’intera classe dirigente. Ci sono assessori regionali che, dopo anni al comando, inseguono l’eternità della poltrona: non il doppio, ma il triplo mandato. Gli stessi che, quando serviva a togliere di mezzo i veterani di Galan, predicavano il ricambio, ma che oggi non hanno alcuna intenzione di mollare.

Non solo politica. La sindrome dell’“ex” attraversa anche le categorie economiche, le camere di commercio, le aziende sanitarie, perfino le fondazioni culturali. Presidenti che, scaduto il mandato, si aggrappano a un altro incarico, direttori generali in pensione che restano alla guida delle loro strutture, cercano – e spesso ottengono – una presidenza onoraria, un titolo inventato. La stessa liturgia: non lasciare mai spazio, non consentire mai ricambio.

Il problema è che gli ex, anziché limitarsi a un ruolo di coscienza critica, quando richiesti, pretendono di condizionare il presente come se il passato non fosse mai finito. E finiscono per soffocare chi arriva dopo, costretto a governare con il fantasma di chi non vuole smettere di contare.

Decaro ha ragione a sentirsi soffocato. Ma non è solo un problema pugliese. È la malattia nazionale degli “ex”, che in Veneto conosciamo bene. E il candidato presidente – chiunque sarà – farebbe bene a imparare la lezione di Decaro: guardare avanti e non farsi intrappolare dal coro dei padri nobili che non vogliono mai smettere di essere protagonisti.

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