di Arrigo Abalti · Novembre 18, 2025
La differenza tra la politica e i numeri su uno dei temi cruciali per le città
Milena Gabanelli ha fatto quello che da tempo qualcuno doveva fare: ha strappato il velo di ipocrisia che avvolge il dibattito sulla sicurezza in questo paese. E lo ha fatto con l’unica arma che ancora funziona in un’epoca di chiacchiere: i dati. Numeri freddi, incontrovertibili, che smascherano una verità scomoda: la sicurezza di cui si riempiono la bocca i nostri politici è troppo spesso solo propaganda. Fumo negli occhi. Un manifesto elettorale che si scioglie come neve al sole quando si tratta di metterlo in pratica.
Ecco il punto: non basta urlare “sicurezza” per averla. Non bastano i comunicati stampa trionfalistici sulle nuove assunzioni, le promesse di pene più severe, le leggi che fanno rumore ma poi si impantanano nella burocrazia o nell’impossibilità materiale di applicarle. La realtà, quella vera, è fatta di organici cronicamente sotto dimensionati, di scuole di formazione che arrancano, di carceri che scoppiano, di pene che sulla carta sembrano durissime ma che poi, nei fatti, nessuno sconta davvero.
E c’è di più. C’è una struttura operativa che sembra disegnata apposta per non funzionare: Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia municipale che si muovono come corpi separati, ognuno per conto proprio, senza quella sinergia che sarebbe indispensabile per affrontare fenomeni criminali sempre più complessi e trasversali. Una frammentazione che non è un dettaglio tecnico, ma un problema strutturale che impedisce all’Italia di avere una vera strategia di sicurezza.
Mentre i politici fanno a gara a chi la spara più grossa – più poliziotti, più galera, più severità – la realtà è che mancano le basi. Manca il coordinamento. Manca l’efficienza. Mancano i mezzi. E soprattutto manca l’onestà intellettuale di ammettere che il problema non si risolve con gli slogan, ma con investimenti mirati, riforme strutturali, visione di lungo periodo.
Ed è qui che un evento come Sicurezza 2025, in programma dal 19 al 21 novembre a Fiera Milano, assume un significato che va ben oltre la fiera di settore. Perché se la denuncia di Gabanelli è sacrosanta – e lo è –, serve anche qualcuno che provi a costruire ponti tra l’analisi e l’azione, tra la critica e la proposta. Sicurezza 2025 può essere quel luogo: non un salone dove vendere gadget tecnologici, ma un laboratorio dove operatori pubblici e privati, forze dell’ordine e aziende, istituzioni e società civile si incontrano per ragionare su soluzioni concrete.
Perché la tecnologia può essere un alleato formidabile delle forze di polizia, se ben utilizzata. Perché la vigilanza privata può integrarsi efficacemente nei dispositivi di sicurezza pubblica, se gestita con intelligenza. Perché le sinergie tra corpi diversi possono nascere dal confronto pratico, non dai convegni pomposi o dalle circolari ministeriali scritte da chi non ha mai messo piede in una questura.
Il punto cruciale è questo: la sicurezza non può più essere un tema da campagna elettorale. Non può essere ridotta a uno slogan da urlare nelle piazze o a un hashtag da twittare quando fa comodo. La sicurezza è una questione seria, complessa, che richiede competenza, investimenti, visione strategica. E richiede anche il coraggio di dire la verità: che molti dei problemi che abbiamo sono figli di decenni di improvvisazione, di tagli lineari, di riforme fatte a metà.
Gabanelli ci ha messo davanti allo specchio. E lo specchio riflette un’immagine poco lusinghiera: un paese che parla tanto di sicurezza ma che poi, nei fatti, non investe abbastanza, non organizza bene le risorse che ha, non coordina le sue forze. Un paese dove la retorica vince sulla sostanza, dove l’annuncio conta più del risultato.
Sicurezza 2025 può essere l’occasione per invertire la rotta. Per passare dalla propaganda al progetto, dalla frizione alla collaborazione, dai numeri alle politiche efficaci. Ma solo se chi ci parteciperà avrà il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza sconti e senza autoassoluzioni. Solo se sarà disposto a ragionare su quello che serve davvero, non su quello che fa più scena.
Perché alla fine, di fronte ai cittadini che hanno paura, che vedono i loro negozi svaligiati, le loro case violate, le loro strade insicure, non contano i convegni o le fiere. Conta una cosa sola: che qualcuno faccia qualcosa di concreto. E lo faccia presto.



