La sfida di Zaia: scrive il proprio nome sulla scheda (e nel destino della Lega)

di Arrigo Abalti · Ottobre 17, 2025

Luca Zaia ha deciso di scrivere il suo nome su ogni scheda elettorale del Veneto. Non come candidato presidente, ma come capolista della Lega in tutte le province

 

Non è solo una candidatura, è un messaggio: “Dopo Zaia, scrivi Zaia”. Una frase che suona come uno slogan, ma anche come una sfida. La sfida non è ai soliti avversari – Fratelli d’Italia, Forza Italia, il centrosinistra – ma al suo stesso partito. A quella Lega che lui ha fatto crescere e che oggi lo guarda come si guarda un parente ingombrante che torna a casa senza avvisare. Perché Zaia, tre mandati sulle spalle e nessuna possibilità di ricandidarsi governatore, ha scelto di non restare in silenzio. Non potendo avere la sua lista personale (“Zaia Presidente”), né il suo nome nel simbolo del Carroccio, ha deciso di fare ciò che nessuno gli poteva vietare: esserci comunque.

Capolista ovunque, come se volesse ricordare a tutti che il Veneto è ancora casa sua. Sul palco di Padova, davanti a Salvini e al giovane candidato Alberto Stefani, Zaia ha pronunciato la frase che ha cambiato il tono della campagna: «Se sono un problema, diventerò un problema vero». Traduzione simultanea: non mi metto da parte, mi metto davanti. La mossa ha lasciato spiazzati tutti. Fratelli d’Italia, che in Veneto viaggia ormai attorno al 35%, non può protestare troppo: Zaia, piaccia o no, porta voti anche alla coalizione. Forza Italia si limita a osservare: il suo capolista, Flavio Tosi, lo sfiderà a Verona. Ma il vero terremoto è dentro la Lega. Perché dietro lo slogan “Dopo Zaia, scrivi Zaia” non c’è solo ironia. C’è una dichiarazione di forza. È come se dicesse a Salvini: “Vediamo quanti voti sono tuoi e quanti miei”.

E a Stefani, il candidato ufficiale: “Ti lascio la poltrona, ma mi prendo il pubblico”. Zaia sa perfettamente che la sua candidatura non è tecnica, è simbolica. Non diventerà consigliere regionale – nessuno lo crede davvero – ma vuole contare i voti, misurare la distanza, lasciare un segno. In fondo, lo ha detto lui stesso: “Dopo i voti in Veneto, qualcosa farò di sicuro”. Ecco allora il paradosso: la Lega, per mostrarsi unita, ha dovuto accettare un candidato che rappresenta la sua divisione. Un partito che al Nord non vuole perdere la faccia e al Sud non trova più la voce. E un leader, Salvini, che deve fare i conti con l’unico leghista che può permettersi di non obbedirgli.

Nel frattempo Zaia continua a parlare di “modello tedesco”, di due Leghe – una del Nord e una del Sud – come due fratelli separati alla nascita. Un’idea che non è nuova, ma che oggi suona come un biglietto da visita per il futuro. Un avviso ai naviganti del partito del Nord che vogliono distinguersi da Vannacci e da Salvini.

Perché quando un politico dice “Dopo Zaia, scrivi Zaia”, non sta chiedendo una preferenza.

Sta firmando la rivincita. Diversamente avrebbe detto “Dopo Stefani, scrivi Zaia”.

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