di Arrigo Abalti · Novembre 9, 2025
C’è un paradosso che vive con noi, ogni giorno. Siamo connessi con il mondo intero, ma sempre più lontani da chi ci siede accanto. Abbiamo mille chat, ma nessuno con cui parlare davvero. E così, senza nemmeno accorgercene, ci stiamo trasformando in una società di spettatori di noi stessi.
L’Ocse lo ha misurato con il rigore delle statistiche: un numero crescente di persone dichiara di non avere relazioni significative. Non parliamo solo di anziani soli, ma di adulti frenetici, di ragazzi perennemente online, di coppie che comunicano più con un messaggio che con uno sguardo. È la disaffiliazione: la perdita del legame con l’altro. E quando si perde il legame, non si perde solo un amico — si perde un pezzo di umanità.
Viviamo nel tempo del mi piace e dell’inoltra, dove l’incontro non è più un imprevisto ma un evento da pianificare. L’amicizia è diventata un algoritmo, l’amore un profilo, la famiglia una chat silenziosa. I social ci promettevano connessioni e invece ci hanno regalato solitudini a banda larga. E più ci sentiamo soli, più ci rifugiamo nei social, come chi cerca di placare la sete bevendo acqua salata.
E poi ci sono loro: quelli che fanno finta di avere relazioni. Ti invitano a parlare “dal vivo”, ti fanno spegnere il telefono — perché “bisogna tornare alla vera comunicazione” — e poi ti parlano del tempo, come se un cielo sereno potesse bastare a coprire la loro ipocrisia. La summa del nulla travestita da profondità: conversazioni di cortesia che servono solo a ricordarti che, in fondo, la solitudine non è sempre una questione di assenza.
Eppure, la soluzione è lì, semplice come un abbraccio: ricominciare a frequentarsi, non solo a “seguirsi”. Sedersi accanto, non davanti a uno schermo. Parlare, invece di digitare. Perché la felicità, quella vera, non è mai stata un like, ma uno sguardo che ti restituisce la certezza di esistere.
Forse il nuovo welfare, quello che serve davvero, non è fatto di bonus o app, ma di presenze: di scuole che tornano a essere comunità, di associazioni che riaccendono la voglia di fare insieme, di persone che riscoprono la bellezza di essere parte di qualcosa.
Perché se la libertà è anche solitudine, allora la fraternità è ciò che ci salva da noi stessi.
E il futuro, se ci sarà, sarà di chi saprà ancora tenersi per mano.



