di Arrigo Abalti · Novembre 7, 2025
Ogni stagione il progressismo italiano si innamora di un eroe d’importazione: ieri Zapatero, oggi Mamdani. Ma le urne, in Italia, non si conquistano con la fede nei miracoli altrui
Tra le malattie infantili della nostra sinistra — e proprio ieri, 7 novembre, anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, vale la pena ricordarlo — c’è l’eterna ricerca di un salvatore esterno. Non necessariamente comunista, ma sempre missionario. Ogni stagione ne ha uno: l’eroe importato, l’uomo della provvidenza che arriva da fuori a spiegare agli italiani come si vince e come si governa.
E allora lo si sappia dall’inizio: Zohran Mamdani, socialista dichiarato, musulmano praticante, neoeletto sindaco di New York, non potrà essere — come già qualcuno sogna — “il nuovo Romano Prodi” capace di ricomporre i cocci del centrosinistra italiano e riportarlo a nuove vittorie.
Ma la tentazione è irresistibile. Perché la sinistra, quando perde il contatto con la realtà, si aggrappa alle suggestioni. È un bisogno antico: il mito del “papa straniero”, che in politica è l’equivalente laico della grazia divina.
Basta un leader vincente all’estero — un volto nuovo, possibilmente esotico, meglio ancora se minoranza etnica o religiosa — e subito il progressismo nostrano si infiamma, come davanti a una reliquia: ecco il modello, ecco la via, ecco il segno che “un altro mondo è possibile”.
Così, qualche giorno dopo il trionfo di Mamdani, in certi salotti si è tornati a sognare come ai tempi di Zapatero, quando bastò una legge sui matrimoni gay per immaginare la rinascita della sinistra europea.
È una sindrome, quasi un automatismo: non importa se New York non è Roma, se il Bronx non è il quartiere Prati e se il Queens non confina con Segrate o Partinico. Basta che qualcuno, da qualche parte, vinca a sinistra perché qui si accenda la speranza del miracolo.
E difatti Elly Schlein, che di candore politico ha fatto un’arte, non ha perso tempo: si è affrettata a complimentarsi col nuovo sindaco, come se la vittoria di un socialista americano potesse curare la crisi identitaria del suo partito.
Eppure la realtà è meno poetica. Mamdani è il prodotto perfetto di una città liberal che, da decenni, non è più l’America ma un continente a parte. Pensare che la sua vittoria possa ispirare un centrosinistra che in Italia non riesce a parlare neppure ai propri ex elettori operai è un atto di fede, non di analisi.
C’è, in questa liturgia del salvatore estero, un che di religioso. La sinistra, che pure si proclama figlia del razionalismo e del positivismo, finisce sempre col venerare una figura taumaturgica: San Zapatero, San Obama, e ora San Mamdani.
Ogni volta si attende il miracolo, come da San Gennaro o Santa Rita: l’idea che basti un esempio lontano per risolvere le proprie contraddizioni interne.
“L’uomo che crede nei miracoli politici è sempre pronto a sacrificare la libertà in nome della speranza” Vasilij Grossman, Vita e destino
E quando qualcuno, con una punta di sarcasmo, scrive sui social: “Se a New York eleggono un sindaco musulmano, vorrei vederne uno cattolico a Teheran”, si grida allo scandalo, senza capire che quella battuta, per quanto ruvida, fotografa una verità: il progressismo italiano soffre di provincialismo internazionale. Guarda il mondo, ma non vede la propria strada.
Da anni, infatti, il centrosinistra non cerca più un progetto, cerca un profeta. E se non lo trova in patria, lo importa. Dimenticando che la politica non è un culto e che i miracoli, nella Repubblica italiana, non sono previsti dalla Costituzione.



